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La
fioritura artistica di Tell el-Amarna

(ESTRATTO)
Nefertiti: "La fantasia è una pianta dai bellissimi fiori, i cui rami si
volgono al cielo; ad essi accorrono le api che ne portano il frutto in tutto
il mondo. "
Ekhnatòn (a Lucio che si è permesso uno scherzo): "Io sono fatto di puro
spirito e le stupidità degli uomini non mi possono rallegrare. Io sono stato
un grande e potente re, ma non mi piace vedere le cose malfatte e vedere te
sperperare inutilmente. Io amo ciò che resta."
SCENA PRIMA
-
Retroscena delle due battaglie di Qatna (1.366 a.C.) -
(Nel castello di Aten. Ekhnatòn, Nefertiti e i
tre fratelli Aber-Iahu, Tuthmose e Phtahmose. A parte re Tushratha.)
Aber: "L'esercito egiziano era composto da soldati valorosi, molto
addestrati, soprattutto per le parate, ma anche a combattere. Morivano
cadendo gli uni sugli altri, quelli delle prime file, poi se gli avversari
erano molto forti, potevano determinarsi fughe. Quelli che scappavano dal
campo di battaglia, e mi riferisco ai primi che fuggivano e che potevano
essere notati, ricevevano pene severe, di solito bastonature. Nei casi
gravissimi c'era anche la pena di morte che noi capi dell'esercito
continuavamo ad applicare, sebbene Ekhnatòn fosse contrario. Ma noi gli
dicevamo che senza la pena di morte l'esercito non si poteva reggere."
Ekhnatòn: "Gli egizi non amavano molto combattere e preferivano affidare il
compito a stranieri. Così tra nostri contadini ve e erano molti di origine
libica, e questo avveniva perché ai soldati veniva donato un pezzo di terra,
che in tempo di pace coltivavano. Questa terra veniva trasmessa da padre in
figlio, e così pure l'arte del soldato.
Non
è che avessimo molta necessità di difenderci dagli altri popoli, perché
eravamo protetti dal mare e dal deserto. La gente era contenta di fare il
soldato per avere in cambio la terra. I soldati stranieri divenivano poi
cittadini egiziani."
Tuthmose: "Sotto Amenofi III l'esercito era stato un po' trascurato, giacché
quel Faraone preferiva mantenere la pace mediante trattative diplomatiche,
alleanze matrimoniali o distribuendo oro. Sotto Amenofi IV l'esercito era
stato riorganizzato e furono introdotte riforme. I generali egizi
preferivano la battaglia campale giacché la loro specialità era la perfetta
coordinazione tra le varie armi: arcieri nubiani, carristi, fanteria leggera
e fanteria pesante.
Prima dello scontro la maggior preoccupazione era dato dai rifornimenti.
Portare avanti eserciti da quindici o ventimila uomini in regioni
semidesertiche (Sinai, parte della Palestina e Siria interna) e scarse
d'acqua, presupponeva uno sforzo logistico imponente che metteva a dura
prova le risorse dell'Egitto e dei suo alleati. E' a causa di ciò che
campagne in grande stile venivano intraprese raramente.
Ben
istruito era il corpo ufficiali e valorosi i sottufficiali, molti dei quali
libici o militari di carriera.
Le
truppe speciali, carristi e arcieri nubiani, erano temute in tutto il Vicino
Oriente.
Alcuni della fanteria, in cui erano arruolati molti coscritti, furono
addestrati a combattere in gruppo e preferibilmente in pianura.
L'esercito era basato su divisioni autonome di circa cinquemila uomini. Ogni
divisione costituiva un piccolo esercito ed aveva a proprio servizio un
battaglione di carri di cinquanta unità. Fu solo con quel megalomane di
Ramsete II che la consistenza del battaglione di carri passò a cento unità
per divisione."
Ekhnatòn: "Tuthmose, ti esprimi in modo troppo pittoresco.
Quel raddoppio era indispensabile per fronteggiare il gran numero di carri
degli ittiti, con cui Ramsete II combatteva."
Aber: "Tuthmose, quale era il mio sistema di combattere?"
Tuthmose: "L'approccio lento alla battaglia; era questa una caratteristica
di Aber.
Egli non era impetuoso. Cercava d'imporre una lotta strategica per portare
le sue truppe allo scontro con il massimo di probabilità. Facendo in modo,
se possibile, che il nemico fosse vinto ancor prima di iniziare a
combattere. Poi al momento dell'urto, si esponeva per dare l'esempio, ma
cercava di non cadere perché aveva troppa responsabilità. Ekhnatòn lo aveva
invitato più volte a non correre troppi rischi e Aber seguiva l'ordine,
salvo che dovesse essere in prima linea per trascinarsi dietro tutti.
Taluni suoi critici, all'epoca della prima battaglia di Qatna, gli
rinfacciarono che nel condurre l'esercito aveva mancato d'immaginazione.
Aber aveva poca fantasia, è vero, ma nella specie l'accusa è ingiusta: la
strada d'attacco delle forze egiziane verso Siria e Retenu era sempre
quella, segnata da fortezze e da pozzi. Quando, superato il Torrente
d'Egitto, si arrivava al deserto, si costeggiava il Mediterraneo. A volte
trasporti egizi seguivano dal mare l'avanzata dell'esercito. Anche talune
macchine belliche erano trasportate per via d'acqua. Oltrepassato il deserto
si arrivava alla città che adesso è Ascalona. Poi si piegava leggermente
verso l'interno e si percorreva la terra oggi chiamata Palestina. In Siria
era obbligatorio seguire la valle dell'Oronte che portava nel cuore del
territorio nemico e fu da Khadek sull'Oronte in poi che Aber incominciò a
sbagliare.
A
sud invece, si risaliva il Nilo per portare l'attacco alla Nubia."
Aber: "Quindi non fu un errore da parte mia nel condurre l'esercito da Akh'Aton
fin quasi a Qatna?"
Tuthmose: "No. Il merito della vittoria degli imetniu nella prima battaglia
di Qatna spetta a re Tushratha che non solo fece cadere l'esercito egiziano
in un agguato, ma seppe anche trasformare lo scontro in una rissa
disordinata, nella quale gli imetniu e i loro alleati haberiu, abituati a
combattere individualmente, ebbero la prevalenza."
Ekhnatòn: "Forse, Aber, la tua colpa non consistette tanto in una mente
cattiva, quanto nella tua debolezza di carattere, nella mancanza
d'affidamento che si poteva porre in te.
Ricordati che il dominio su se stessi è la cosa più importante se vuoi
conseguire il fine che ti prefiggi. Ricordatelo bene. Se non mi ubbidirai,
ti sostituirò.
Aber, rendi la regina felice! Noi stiamo per muovere guerra al padre suo ed
è sofferente per le eccessive preoccupazioni.
Soldato! Devi essere coraggioso, tenace e dignitoso.
Nefertiti, non lasciarti avvilire: sarebbe una grande soddisfazione per i
nostri nemici i quali mirano a danneggiare le nostre anime, il nostro
spirito, perché sono consapevoli della superiorità che abbiamo su di loro.
Per l'Eterno il giudizio e la mente del vostro prossimo ben poco conta.
In
quanto e te Aber, attento, senza mai un attimo distrazione devi essere
prudente, perché sei il soldato su cui si
basa la sorte dell'intero esercito. Su di te riposa il bene di tutta
la spedizione, e anche su di me perché io in persona ne sarò alla testa.
Nefertiti, la partenza dell'esercito egiziano è prossima. Amo vedere la
venerazione che Aber ti porta. Tuttavia se ti mancasse minimamente di
rispetto, fallo incatenare con braccia e piedi incrociati. Unisci dei pesi
alla catena e poi tienilo una settimana in una prigione, con un solo
bicchiere d'acqua al giorno e senza mangiare. Vedrai che in questo modo si
abituerà a comportarsi come deve."
Nefertiti: "Tu Aber, che devi partecipare alla spedizione egiziana contro re
Tushratha, il padre mio, non disperarti se non riesci a parlare con l'Aten.
Tu leggi troppi rapporti, hai la mente piena di idee e di dubbi, è troppa
affollata. Dio non ha spazio per entrarvi. Non ribattermi che Dio può fare
tutto quello che vuole. Questo è vero, ma si autolimita. Se penetrasse
direttamente nella tua mente, tu impazziresti o morresti. Ma non dubitare:
Aten parla ugualmente con te, perciò stai tranquillo. Nei momenti in cui
avrai bisogno invocalo ed egli arriverà, ti calmerà i pensieri, te li
placherà. Nel tuo massimo abbattimento ti sentirai improvvisamente
riconfortato ed è Lui che ti rincuora, che ti ispira i buoni sentimenti.
Non
è che tu debba sempre sentire la voce di Aten."
Tushratha (il quale parla rivolgendosi a un'invisibile schiera di soldati
hurriti): "Miei mariana,
verrà il giorno, affermano gli indovini, in cui questo regno di mitani, che
da secoli lotta spesso vittoriosamente con i faraoni egiziani per il
possesso della Siria,
scomparirà dalla faccia della terra. Neppure della nostra capitale,
Uasciugani, dove ora ci troviamo, resterà più traccia e gli storici
discuteranno sulla ubicazione.
Ma fino a quell'istante è nostro dovere combattere e cercare di opporci al
destino.
Da
tutti i lati siamo circondati da nemici. A settentrione Urartu; dalle
montagne gli hurriti discesero un tempo per andare a dominare il mondo.
Tuttavia non possiamo chiedere aiuto ai fratelli urartei, perché dal loro
re, Artatama, ci separa un grave dissidio dinastico.
A
levante gli assiri, già travolti dai nostri carri da guerra, i quali mordono
il freno del vassallaggio e sono ansiosi di ribellarsi.
A
ponente i signori della guerra, gli ittiti, i cui artigiani si sono
impadroniti del segreto della lavorazione del ferro. Superbo delle sue armi,
il loro re, il potente Shubiluli, attende per attaccarci che i suoi vicini
settentrionali, i gasga, desistano dalle loro scorrerie.
A
mezzodì gli egiziani, con i quali fummo alleati durante il regno del nostro
glorioso cognato e genero, il Faraone Amenofi III.
Amenofi III sposò mia sorella Gilukhebat e mia figlia Tadukhebat e sia lui
sia il suo grande visir Iùia, il siriano, furono sempre amanti della pace.
Ma ora sono entrambi morti e l'attuale faraone, Amenofi IV che si fa
chiamare Ekhnatòn, ha deciso di muoverci guerra.
Amenofi IV vuole ricuperare il Retenu, cioè la Siria settentrionale, che noi
facemmo invadere dai nostri alleati haberiu. Egli sta conducendo un forte
esercito contro di noi, di circa diciottomila uomini, e il suo capo di stato
maggiore è Aber, il figlio di Noemi l'hurrita.
Gli
informatori di cui disponiamo presso la corte egiziana sono concordi: una
scura nube di guerra sta addensandosi sopra di noi, venendo da sud. Ekhnatòn
e il suo esercito intendono superare la stretta di Megiddo e indi imboccare
le valli del Litani e dell'0ronte. Dall'Oronte marceranno a nord, verso la
città di Qatna, il cui re ha chiesto soccorso contro gli haberiu. Da Qatna
l'esercito nemico vuole invadere il nostro paese, il regno di mitani.
Il
piano di guerra egiziano non avrà successo: non avranno tempo né opportunità
di schierare i loro carri da guerra e neppure potranno manovrare.
Là,
a Qatna, mio genero Ekhnatòn e l'esercito egiziano saranno annientati!
(grida e applausi di soldati hurriti)
Nefertiti: "Stamane passeggiavo nel parco del palazzo, godendo la brezza del
nord. Mi accompagnavano due ancelle.
Da
tempo il mio amato Aber è partito con le milizie per il Retenu (e gli ultimi
dispacci lo davano accampato nella piana di Megiddo. D'un tratto la vista mi
si è confusa ed io mi sono fermata.) Le piante del giardino erano come
volatilizzate ed io mi trovavo in un arido deserto. Tanta polvere saliva al
cielo e in mezzo ad essa trascorreva un esercito di guerrieri, accompagnati
da tanti carri di guerra. Avvertii subito che erano nemici.
La
visione è durata pochi instanti. Subito mi sono trovata tra le mie due
ancelle che non avevano capito la mia sosta. Si tratta senza dubbio di un
avvertimento divino.
Truppe nemiche si stanno avvicinando ad Ekhnatòn e Aber. quali non ne sanno
nulla, altrimenti Iddio non avrebbe ritenuto di mettermi in guardia. Devo
inviarne subito un messaggio all'accampamento egiziano! Ma arriverà in
tempo?"
Aber: "Mio re e mio Dio. L'alba è spuntata. Dal Torrente d'Egitto le schiere
egizie sono entrate nella terra di Hor. La piana di Megiddo, il fiume Litani
e la valle della Bikàa sono rimaste alle nostre spalle. Adesso siamo giunti
sull'Oronte e abbiamo superato anche la città di Khadesh. Il corpo di
spedizione egiziano è compatto e desideroso di battersi e davanti a lui i
tagliagole haberiu fondono come le nevi dell'Hermon al sole.
Di
re Tushratha sappiamo che ha abbandonato la sua capitale e accompagnato
dalle sue truppe, ha risalito in canoa il corso dell'Eufrate verso
settentrione.
Con
ogni evidenza, intimorito dalle tue forze, si limiterà a adottare una
tattica di contenimento, tenendo l'Eufrate come linea di difesa per evitare
l'invasione del suo paese da parte del nostro esercito.
E'
molto facile che, in questo momento, Tushratha si trovi nella città di
Karkhemish pronto a contrastare il guado dell'Eufrate. Del resto, che cosa
di diverso potrebbe fare?
I
nostri carri da guerra sono molto più veloci e pericolosi e egli
commetterebbe un grave errore rischiando tutte le sue possibilità in una
battaglia campale con gli egiziani. Se anche vincesse, il che è molto
dubbioso, come potrebbe poi opporsi ai suoi nemici ereditari, gli ittiti e
gli assiri, preso come è in mezzo a loro?
Per
cui non preoccuparti soverchiamente di Tushratha. Ora il compito ci spetta è
dare una mano al nostro alleato, il sire di Qatna, contro i nomadi haberiu.
La città è ormai vicina e in due giornate di cammino in al più, dovremmo
arrivarci. Da lì, programmerò il seguito della campagna.
Dacci il permesso di marcia, nostro re, e vedrai che tutto andrà bene."
Ekhnatòn: "Aber, abbi maggior tolleranza e lascia che anche gli altri
esprimano le loro idee. Non è con l'imposizione, ma con la persuasione che
potrai far sì che le tue idee vengano seguite.
Perché sei sicuro che Tushratha non s'arrischierà a combattere?"
Aber: "Mio re, Tushratha dispone di circa ventimila guerrieri mitani. Però
non può portarli tutti contro di noi: deve lasciarne alcuni sia nella sua
capitale, sia nella città di Karkhemish contro gli ittiti e anche a nord-est
per tenere in rispetto gli assiri. Tutto sommato potrebbe disporre, contro
di noi, di dieci o dodicimila uomini. Eventuali arruolamenti tra gli haberiu
non gli gioverebbero: gli haberiu sono nomadi e briganti, ma in guerra
valgono poco. Noi siamo in diciottomila. Tushratha dovrebbe dunque battersi
in un rapporto di due contro tre."
Phtahmose (tra sé): "Tutti dicono che sono molto buono, un pacioccone, e che
sono ancora troppo giovane perché mi venga affidato il comando.
Non
sono geloso di mio fratello Aber, che amo con tutta l'anima, eppure penso
che egli sbagli ad attribuire agli altri il suo stesso modo di ragionare.
Per cui non mi sento di condividere la fiducia di Aber, secondo il quale noi
dovremo occuparci solo di ricacciare gli haberiu.
Di
questi haberiu, re Tushratha si è eretto a difensore, e per quanto conosco
del suo carattere, penso che egli correrà qualsiasi rischio per di non
venire meno al suo onore. Intanto è scomparso.
Dove potrebbe essere?
Prima di Qatna, l'esercito egiziano dovrà percorre alcuni passi difficili,
tra cui un deserto circondato da alte montagne, in cui un agguato sarebbe
possibile. E che succederebbe se noi fossimo colti di sorpresa dai mitani?
E'
vero che il re di Qatna, al quale andiamo a prestare soccorso, non ci ha
avvertito della presenza di un esercito mitano sul suo territorio ed egli,
di certo, non è un traditore. Ma se anche lui fosse stato ingannato,
circondato come è dagli haberiu, che sorte ci attenderebbe?"
Tushratha: "A Qatna disponevo di circa quindicimila uomini; dodicimila
imetniu e tremila haberiu arruolati in tutta fretta. Con noi un centinaio di
carri. Gli egizi coi loro alleati erano non meno di diciassettemila ordinati
su tre divisioni con centocinquanta carri.
Nonostante la sproporzione di forze, seppi ottenere la vittoria."
Nefertiti: "Guarda Marte come è rosso. E' rosso come il fuoco. Ci avverte
che del male si avvicina.
Avvisa Aber di non fidarsi!
Marte oggi dà presagi non buoni. L'uomo illuminato sente le entità in
qualunque parte della terra; pochi sono gli uomini che possono comunicare
con esse. Queste persone sono esseri estremamente sensibili e buoni."
Phtahmose: "Il nostro esercito si era inoltrato in un deserto circondato da
alte montagne. In basso, dove noi eravamo, cavalcava il nostro re Amenofi IV.
Buona parte dei nostri era a cavallo. Dall'alto delle montagne veniva contro
di noi un altro esercito, composto tutto di uomini tarchiati che marciavano
a piedi. Erano i mitani, gli imetniu.
Essi erano guidati da tre uomini a cavallo, armati di spada e muniti di
corazza. I tre uomini a cavallo incitavano gli altri all'attacco con degli
urli selvaggi non articolati. Ci sono venuti addosso all'improvviso. La
battaglia è stata dura e ci sono stati molti morti. Noi egiziani abbiamo
perso."
Aber: "A quei tempi in battaglia i cavalli venivano impiegati aggiogati ai
carri. Erano montati soltanto per l'esplorazione e il trasporto.
Il
fatto che parte dell'esercito egiziano fosse a cavallo denota la gravità
della sorpresa messa a segno da Tushratha."
Tuthmose: "Quando tu Aber, dopo la battaglia in cui eri stato ferito,
abbandonasti i tuoi soldati per andare a farti curare dalla regina, io ero
già morto, eppure soffrii assai vedendoti compiere quella azione non degna.
Ekhnatòn era molto irritato e pensò addirittura di farti mettere a morte,
lui che non uccideva mai nessuno.
Tu
avevi dimenticato il doppio vincolo sacro che univa un suddito al suo
faraone e un generale ai suoi sottoposti, in forza di cui a essi era
riservata un'eguale sorte."
Nefertiti: "Ero vestita, non come al solito, ma con un abito scuro e i
capelli sciolti. Stavo seduta su una poltrona con i braccioli, sui quali
appoggiavo le mie braccia con abbandono. Le ancelle piangevano, si
disperavano. Io guardavo fisso davanti a me, sempre per questa sconfitta.
Aber è apparso all'improvviso, senza bussare e raccontò con molta agitazione
le perdite che avevamo subito, gli uomini morti e la scena di disperazione
degli uomini del popolo. Io Nefertiti, mi sono un po' rasserenata, vedendo
che Aber era vivo."
Ptahmose: "Ho visto Ekhnatòn in riunione in un salone con i suoi consiglieri
e il primo ministro e il re degli higikhisout e discutevano. Il viso di
Ekhnatòn era molto triste. Gli egiziani avevano perso. I nostri uomini
avevano combattuto bene, ma gli altri erano superiori, forse più abituati a
combattere o forse perché venivano dall'alto. Dovevamo venire a patti."
Nefertiti: "Cammino lungo il Nilo e penso: Aber deve subito tornare da
Ekhnatòn. Lo farò accompagnare dalla guarnigione di Akh'Aton. Presa la mia
decisione, adagio sono tornata indietro e ho trovato tanti campi ben
coltivati a grano e, mi sembra, a lino,
perché vi erano tanti fiorellini. C'erano anche tanti asinelli in fila,
carichi di sacchi, che portavano i prodotti dove andavo io (verso i grandi
magazzini).
Quando sono arrivata al palazzo, ho suonato con un martello su una specie di
scudo. Ne uscì un suono che ha rimbombato dappertutto e allora apparvero
tanti soldati, contadini, tante ancelle e degli operai.
Io
presi una cartina, che sembrava una cartina geografica come quelle di
adesso, e su di essa ho fatto tanti segni tutto intorno e ho dato l'ordine
ai soldati di portarsi lì. Ho parlato poi ai contadini e li ho invitati a
mettere via bene il futuro raccolto, che il mio dio aveva detto che sarebbe
molto abbondante. Poi ha parlato agli operai e ho promesso unguenti a quelli
che costruivano e ho fatto un bel discorso, pregando loro di lavorare sodo.
Infine ho fatto segno con la mano e tutti si sono ritirati. Siamo rimasti
solo io e Aber, con delle ancelle e mi hanno accompagnato nel mio
appartamento. Aber ha aspettato. Le ancelle mi hanno spogliata. C'era una
specie di piscina, con una grande vasca profumata. Mi sono immersa nuda e
quando sono uscita le ancelle mi hanno pettinato, poi se ne sono andate.
C'era il mio grande letto ed io mi sono stesa sopra. Ho battuto le mani tre
volte ed è apparso Aber. Mi baciava la schiena e il collo. Mi metteva le
dita nei capelli. Poi mi viene sopra. Siamo stati insieme tutta la notte.
La
mattina, quando spuntò l'alba, siamo andati a vedere il sole che sorgeva ed
io ho benedetto Aber chiamando il Dio Aten, dicendogli di proteggerlo
sempre, ovunque, anche nelle battaglie."
Ekhnatòn: "Non sappia la mano destra quello che fa la mano sinistra. Questo
era il motto di Aber: 'segretezza'. Lo aveva imparato alla scuola di guerra
dalla quale era uscito un grande guerriero.
Che
Aber sia sempre sincero."
Nefertiti: "Aber, quando sarai solo e non saprai come regolarti, pensa a me,
e giudica come io mi sarei comportata. Io sentirò la tua richiesta, sarò
subito in ispirito da te e ti suggerirò cosa devi fare."
Tuthmose (ad Aber): "La sconfitta e la ferita ti avevano molto depresso: fu
a causa di ciò che, lasciato il comando, tornasti a casa col corriere di
corte. Raggiungesti Nefertiti la quale fu molto buna con te. Ti rincuorò e
ti consigliò di tornare al campo a combattere e ti diede uomini fedeli e
coraggiosi. Ripartisti carico d'energia, deciso a respingere il nemico.
Aber: "Fu la regina Nefertiti che seppe indurmi ad affrontare la collera del
re e ricondurmi a combattere. Mi diede il comando di soldati valorosi e con
un esercito di rinforzo ritornai in Siria. Ekhnatòn era deciso a condannarmi
a morte e solo per un capello accondiscese a perdonarmi e a lasciarmi in
vita."
Tuthmose: "Tu, Aber, parlasti con il Faraone, ti riconoscesti pienamente
colpevole e gli dicesti: 'Re, merito la morte, ma lascia che sia il nemico a
darmela. Io andrò in battaglia e combatterò per primo. I nemici che ci hanno
vinto saranno sgominati o il primo morto sarò io.'
Ekhnatòn ti mise alla prova; tu riportasti una grande vittoria e fosti
perdonato."
Phtahmose: "Aber adoperò tutta la strategia possibile e con i suoi uomini
atterrò gli imetniu raggiungendoli di sorpresa alle spalle e, combattendo
valorosamente, vinse la battaglia.
Ekhnatòn lo rimproverò perché egli in realtà fu debole. Ci volle la forza di
Nefertiti per rianimarlo."
Tushratha: "Nella seconda battaglia di Qatna riportammo una brutta
sconfitta. Noi imetniu ci consideravamo già vincitori della guerra tanto che
gli egizi avevano intavolato trattative di pace.
In
quanto ad Aber, è falso che inseguendo i miei reparti in ritirata, egli
abbia raggiunto il Naharin con l'intero esercito. Vi arrivò solo con reparti
celeri, a cui erano stati tolti tutti gli impedimenti
Quelle colline boscose, quei laghi lo affascinavano. Erano tanto diversi dei
paesaggi che Aber era abituata a vedere in Egitto!"
(si presenta la regina Ahmose-Nefertari)
Aber: "E' giunta Ahmose-Nefertari. Vorrei parlarle."
(gli altri spiriti abbandonano la scena)
SCENA SECONDA
- Torna Ahmose-Nefertari (1.585 - 1.533 a.C.) -
... .... ...
SCENA TERZA
- La regina Tetisceri ed il principe Ahmose -
... .... ...
SCENA QUARTA
- Storia di tre sorelle -
... .... ...
SCENA QUINTA
- L'arte di Tell el-Amarna -
... .... ...

La punizione proposta è in realtà misericordiosa. Per il sacrilegio la
pena consueta era la morte.
Voce mitanica d'origine indoeuropea che significa: 'Guerrieri sul carro'.
Da Cambridge University Press, 'Storia del mondo antico', vol. II,
Garzanti ed., Milano, 1976, pag. 386, il termine mitanico 'Mariyanna' è
ricollegato all'intimo 'Marya' (giovane guerriero).
Il nome 'Siria' è un anacronismo, in quanto sorto da una posteriore
invasione assira, avvenuta nel XII secolo. La stessa osservazione vale
per 'Uruatri' o 'Urartu', nome con cui si designò solo alcuni secoli più
tardi il regno hurritico, posto a settentrione del Mitani.
La posizione esatta di Uasciugani sarà precisata nell'atto tredicesimo.
Cfr. sul punto Cambridge University Press, 'Storia del mondo antico,
vol. II, L'apogeo delle civiltà orientali: Egitto, Mesopotamia,
Anatolia, Egeo', Il Saggiatore, Garzanti ed., Milano, 1976, pag. 631.
Artatama era re di Khurri (vedi nota 3).
. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.
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