La fioritura artistica di Tell el-Amarna        

(ESTRATTO)

 

Nefertiti: "La fantasia è una pianta dai bellissimi fiori, i cui rami si volgono al cielo; ad essi accorrono le api che ne portano il frutto in tutto il mondo. "

Ekhnatòn (a Lucio che si è permesso uno scherzo): "Io sono fatto di puro spirito e le stupidità degli uomini non mi possono rallegrare. Io sono stato un grande e potente re, ma non mi piace vedere le cose malfatte e vedere te sperperare inutilmente. Io amo ciò che resta."

 

 

SCENA PRIMA

- Retroscena delle due battaglie di Qatna (1.366 a.C.) -

 

(Nel castello di Aten. Ekhnatòn, Nefertiti e i tre fratelli Aber-Iahu, Tuthmose e Phtahmose. A parte re Tushratha.)

 

Aber: "L'esercito egiziano era composto da soldati valorosi, molto addestrati, soprattutto per le parate, ma anche a combattere. Morivano cadendo gli uni sugli altri, quelli delle prime file, poi se gli avversari erano molto forti, potevano determinarsi fughe. Quelli che scappavano dal campo di battaglia, e mi riferisco ai primi che fuggivano e che potevano essere notati, ricevevano pene severe, di solito bastonature. Nei casi gravissimi c'era anche la pena di morte che noi capi dell'esercito continuavamo ad applicare, sebbene Ekhnatòn fosse contrario. Ma noi gli dicevamo che senza la pena di morte l'esercito non si poteva reggere."

Ekhnatòn: "Gli egizi non amavano molto combattere e preferivano affidare il compito a stranieri. Così tra nostri contadini ve e erano molti di origine libica, e questo avveniva perché ai soldati veniva donato un pezzo di terra, che in tempo di pace coltivavano. Questa terra veniva trasmessa da padre in figlio, e così pure l'arte del soldato.

Non è che avessimo molta necessità di difenderci dagli altri popoli, perché eravamo protetti dal mare e dal deserto. La gente era contenta di fare il soldato per avere in cambio la terra. I soldati stranieri divenivano poi cittadini egiziani."

Tuthmose: "Sotto Amenofi III l'esercito era stato un po' trascurato, giacché quel Faraone preferiva mantenere la pace mediante trattative diplomatiche, alleanze matrimoniali o distribuendo oro. Sotto Amenofi IV l'esercito era stato riorganizzato e furono introdotte riforme. I generali egizi preferivano la battaglia campale giacché la loro specialità era la perfetta coordinazione tra le varie armi: arcieri nubiani, carristi, fanteria leggera e fanteria pesante.

Prima dello scontro la maggior preoccupazione era dato dai rifornimenti. Portare avanti eserciti da quindici o ventimila uomini in regioni semidesertiche (Sinai, parte della Palestina e Siria interna) e scarse d'acqua, presupponeva uno sforzo logistico imponente che metteva a dura prova le risorse dell'Egitto e dei suo alleati. E' a causa di ciò che campagne in grande stile venivano intraprese raramente.

Ben istruito era il corpo ufficiali e valorosi i sottufficiali, molti dei quali libici o militari di carriera.

Le truppe speciali, carristi e arcieri nubiani, erano temute in tutto il Vicino Oriente.

Alcuni della fanteria, in cui erano arruolati molti coscritti, furono addestrati a combattere in gruppo e preferibilmente in pianura.

L'esercito era basato su divisioni autonome di circa cinquemila uomini. Ogni divisione costituiva un piccolo esercito ed aveva a proprio servizio un battaglione di carri di cinquanta unità. Fu solo con quel megalomane di Ramsete II che la consistenza del battaglione di carri passò a cento unità per divisione."

Ekhnatòn: "Tuthmose, ti esprimi in modo troppo pittoresco.

Quel raddoppio era indispensabile per fronteggiare il gran numero di carri degli ittiti, con cui Ramsete II combatteva."

Aber: "Tuthmose, quale era il mio sistema di combattere?"

Tuthmose: "L'approccio lento alla battaglia; era questa una caratteristica di Aber.

Egli non era impetuoso. Cercava d'imporre una lotta strategica per portare le sue truppe allo scontro con il massimo di probabilità. Facendo in modo, se possibile, che il nemico fosse vinto ancor prima di iniziare a combattere. Poi al momento dell'urto, si esponeva per dare l'esempio, ma cercava di non cadere perché aveva troppa responsabilità. Ekhnatòn lo aveva invitato più volte a non correre troppi rischi e Aber seguiva l'ordine, salvo che dovesse essere in prima linea per trascinarsi dietro tutti.

Taluni suoi critici, all'epoca della prima battaglia di Qatna, gli rinfacciarono che nel condurre l'esercito aveva mancato d'immaginazione. Aber aveva poca fantasia, è vero, ma nella specie l'accusa è ingiusta: la strada d'attacco delle forze egiziane verso Siria e Retenu era sempre quella, segnata da fortezze e da pozzi. Quando, superato il Torrente d'Egitto, si arrivava al deserto, si costeggiava il Mediterraneo. A volte trasporti egizi seguivano dal mare l'avanzata dell'esercito. Anche talune macchine belliche erano trasportate per via d'acqua. Oltrepassato il deserto si arrivava alla città che adesso è Ascalona. Poi si piegava leggermente verso l'interno e si percorreva la terra oggi chiamata Palestina. In Siria era obbligatorio seguire la valle dell'Oronte che portava nel cuore del territorio nemico e fu da Khadek sull'Oronte in poi che Aber incominciò a sbagliare.

A sud invece, si risaliva il Nilo per portare l'attacco alla Nubia."

Aber: "Quindi non fu un errore da parte mia nel condurre l'esercito da Akh'Aton fin quasi a Qatna?"

Tuthmose: "No. Il merito della vittoria degli imetniu nella prima battaglia di Qatna spetta a re Tushratha che non solo fece cadere l'esercito egiziano in un agguato, ma seppe anche trasformare lo scontro in una rissa disordinata, nella quale gli imetniu e i loro alleati haberiu, abituati a combattere individualmente, ebbero la prevalenza."

Ekhnatòn: "Forse, Aber, la tua colpa non consistette tanto in una mente cattiva, quanto nella tua debolezza di carattere, nella mancanza d'affidamento che si poteva porre in te.

Ricordati che il dominio su se stessi è la cosa più importante se vuoi conseguire il fine che ti prefiggi. Ricordatelo bene. Se non mi ubbidirai, ti sostituirò.

Aber, rendi la regina felice!  Noi stiamo per muovere guerra al padre suo ed è sofferente per le eccessive preoccupazioni.

Soldato! Devi essere coraggioso, tenace e dignitoso.

Nefertiti, non lasciarti avvilire: sarebbe una grande soddisfazione per i nostri nemici i quali mirano a danneggiare le nostre anime, il nostro spirito, perché sono consapevoli della superiorità che abbiamo su di loro. Per l'Eterno il giudizio e la mente del vostro prossimo ben poco conta.

In quanto e te Aber, attento, senza mai un attimo distrazione devi essere prudente, perché sei il soldato su cui si basa la sorte dell'intero esercito. Su di te riposa il bene di tutta la spedizione, e anche su di me perché io in persona ne sarò alla testa.

Nefertiti, la partenza dell'esercito egiziano è prossima. Amo vedere la venerazione che Aber ti porta. Tuttavia se ti mancasse minimamente di rispetto, fallo incatenare con braccia e piedi incrociati. Unisci dei pesi alla catena e poi tienilo una settimana in una prigione, con un solo bicchiere d'acqua al giorno e senza mangiare. Vedrai che in questo modo si abituerà a comportarsi come deve[1]."

Nefertiti: "Tu Aber, che devi partecipare alla spedizione egiziana contro re Tushratha, il padre mio, non disperarti se non riesci a parlare con l'Aten. Tu leggi troppi rapporti, hai la mente piena di idee e di dubbi, è troppa affollata. Dio non ha spazio per entrarvi. Non ribattermi che Dio può fare tutto quello che vuole. Questo è vero, ma  si autolimita. Se penetrasse direttamente nella tua mente, tu impazziresti o morresti. Ma non dubitare: Aten parla ugualmente con te, perciò stai tranquillo. Nei momenti in cui avrai bisogno invocalo ed egli arriverà, ti calmerà i pensieri, te li placherà. Nel tuo massimo abbattimento ti sentirai improvvisamente riconfortato ed è Lui che ti rincuora, che ti ispira i buoni sentimenti.

Non è che tu debba sempre sentire la voce di Aten."

Tushratha (il quale parla rivolgendosi a un'invisibile schiera di soldati hurriti): "Miei mariana[2], verrà il giorno, affermano gli indovini, in cui questo regno di mitani, che da secoli lotta spesso vittoriosamente con i faraoni egiziani per il possesso della Siria[3], scomparirà dalla faccia della terra. Neppure della nostra capitale, Uasciugani, dove ora ci troviamo, resterà più traccia e gli storici discuteranno sulla ubicazione[4]. Ma fino a quell'istante è nostro dovere combattere e cercare di opporci al destino.

Da tutti i lati siamo circondati da nemici. A settentrione Urartu; dalle montagne gli hurriti discesero un tempo per andare a dominare il mondo. Tuttavia non possiamo chiedere aiuto ai fratelli urartei, perché dal loro re, Artatama, ci separa un grave dissidio dinastico[5].

A levante gli assiri, già travolti dai nostri carri da guerra, i quali mordono il freno del vassallaggio e sono ansiosi di ribellarsi.

A ponente i signori della guerra, gli ittiti, i cui artigiani si sono impadroniti del segreto della lavorazione del ferro. Superbo delle sue armi, il loro re, il potente Shubiluli, attende per attaccarci che i suoi vicini settentrionali, i gasga, desistano dalle loro scorrerie.

A mezzodì gli egiziani, con i quali fummo alleati durante il regno del nostro glorioso cognato e genero, il Faraone Amenofi III.

Amenofi III sposò mia sorella Gilukhebat e mia figlia Tadukhebat e sia lui sia il suo grande visir Iùia, il siriano, furono sempre amanti della pace. Ma ora sono entrambi morti e l'attuale faraone, Amenofi IV che si fa chiamare Ekhnatòn, ha deciso di muoverci guerra.

Amenofi IV vuole ricuperare il Retenu, cioè la Siria settentrionale, che noi facemmo invadere dai nostri alleati haberiu. Egli sta conducendo un forte esercito contro di noi, di circa diciottomila uomini, e il suo capo di stato maggiore è Aber, il figlio di Noemi l'hurrita.

Gli informatori di cui disponiamo presso la corte egiziana sono concordi: una scura nube di guerra sta addensandosi sopra di noi, venendo da sud. Ekhnatòn e il suo esercito intendono superare la stretta di Megiddo e indi imboccare le valli del Litani e dell'0ronte. Dall'Oronte marceranno a nord, verso la città di Qatna, il cui re ha chiesto soccorso contro gli haberiu. Da Qatna l'esercito nemico vuole invadere il nostro paese, il regno di mitani.

Il piano di guerra egiziano non avrà successo: non avranno tempo né opportunità di schierare i loro carri da guerra e neppure potranno manovrare.

Là, a Qatna, mio genero Ekhnatòn e l'esercito egiziano saranno annientati!

 

(grida e applausi di soldati hurriti)

 

Nefertiti: "Stamane passeggiavo nel parco del palazzo, godendo la brezza del nord. Mi accompagnavano due ancelle.

Da tempo il mio amato Aber è partito con le milizie per il Retenu (e gli ultimi dispacci lo davano accampato nella piana di Megiddo. D'un tratto la vista mi si è confusa ed io mi sono fermata.) Le piante del giardino erano come volatilizzate ed io mi trovavo in un arido deserto. Tanta polvere saliva al cielo e in mezzo ad essa trascorreva un esercito di guerrieri, accompagnati da tanti carri di guerra. Avvertii subito che erano nemici.

La visione è durata pochi instanti. Subito mi sono trovata tra le mie due ancelle che non avevano capito la mia sosta. Si tratta senza dubbio di un avvertimento divino.

Truppe nemiche si stanno avvicinando ad Ekhnatòn e Aber. quali non ne sanno nulla, altrimenti Iddio non avrebbe ritenuto di mettermi in guardia. Devo inviarne subito un messaggio all'accampamento egiziano! Ma arriverà in tempo?"

Aber: "Mio re e mio Dio. L'alba è spuntata. Dal Torrente d'Egitto le schiere egizie sono entrate nella terra di Hor. La piana di Megiddo, il fiume Litani e la valle della Bikàa sono rimaste alle nostre spalle. Adesso siamo giunti sull'Oronte e abbiamo superato anche la città di Khadesh. Il corpo di spedizione egiziano è compatto e desideroso di battersi e davanti a lui i tagliagole haberiu fondono come le nevi dell'Hermon al sole.

Di re Tushratha sappiamo che ha abbandonato la sua capitale e accompagnato dalle sue truppe, ha risalito in canoa il corso dell'Eufrate verso settentrione.

Con ogni evidenza, intimorito dalle tue forze, si limiterà a adottare una tattica di contenimento, tenendo l'Eufrate come linea di difesa per evitare l'invasione del suo paese da parte del nostro esercito.

E' molto facile che, in questo momento, Tushratha si trovi nella città di Karkhemish pronto a contrastare il guado dell'Eufrate. Del resto, che cosa di diverso potrebbe fare?

I nostri carri da guerra sono molto più veloci e pericolosi e egli commetterebbe un grave errore rischiando tutte le sue possibilità in una battaglia campale con gli egiziani. Se anche vincesse, il che è molto dubbioso, come potrebbe poi opporsi ai suoi nemici ereditari, gli ittiti e gli assiri, preso come è in mezzo a loro?

Per cui non preoccuparti soverchiamente di Tushratha. Ora il compito ci spetta è dare una mano al nostro alleato, il sire di Qatna, contro i nomadi haberiu. La città è ormai vicina e in due giornate di cammino in al più, dovremmo arrivarci. Da lì, programmerò il seguito della campagna.

Dacci il permesso di marcia, nostro re, e vedrai che tutto andrà bene."

Ekhnatòn: "Aber, abbi maggior tolleranza e lascia che anche gli altri esprimano le loro idee. Non è con l'imposizione, ma con la persuasione che potrai far sì che le tue idee vengano seguite.

Perché sei sicuro che Tushratha non s'arrischierà a combattere?"

Aber: "Mio re, Tushratha dispone di circa ventimila guerrieri mitani. Però non può portarli tutti contro di noi: deve lasciarne alcuni sia nella sua capitale, sia nella città di Karkhemish contro gli ittiti e anche a nord-est per tenere in rispetto gli assiri. Tutto sommato potrebbe disporre, contro di noi, di dieci o dodicimila uomini. Eventuali arruolamenti tra gli haberiu non gli gioverebbero: gli haberiu sono nomadi e briganti, ma in guerra valgono poco. Noi siamo in diciottomila. Tushratha dovrebbe dunque battersi in un rapporto di due contro tre."

Phtahmose (tra sé): "Tutti dicono che sono molto buono, un pacioccone, e che sono ancora troppo giovane perché mi venga affidato il comando.

Non sono geloso di mio fratello Aber, che amo con tutta l'anima, eppure penso che egli sbagli ad attribuire agli altri il suo stesso modo di ragionare. Per cui non mi sento di condividere la fiducia di Aber, secondo il quale noi dovremo occuparci solo di ricacciare gli haberiu.

Di questi haberiu, re Tushratha si è eretto a difensore, e per quanto conosco del suo carattere, penso che egli correrà qualsiasi rischio per di non venire meno al suo onore. Intanto è scomparso.

Dove potrebbe essere?

Prima di Qatna, l'esercito egiziano dovrà percorre alcuni passi difficili, tra cui un deserto circondato da alte montagne, in cui un agguato sarebbe possibile. E che succederebbe se noi fossimo colti di sorpresa dai mitani?

E' vero che il re di Qatna, al quale andiamo a prestare soccorso, non ci ha avvertito della presenza di un esercito mitano sul suo territorio ed egli, di certo, non è un traditore. Ma se anche lui fosse stato ingannato, circondato come è dagli haberiu, che sorte ci attenderebbe?"

Tushratha: "A Qatna disponevo di circa quindicimila uomini; dodicimila imetniu e tremila haberiu arruolati in tutta fretta. Con noi un centinaio di carri. Gli egizi coi loro alleati erano non meno di diciassettemila ordinati su tre divisioni con centocinquanta carri. 

Nonostante la sproporzione di forze, seppi ottenere la vittoria."

Nefertiti: "Guarda Marte come è rosso. E' rosso come il fuoco. Ci avverte che del male si avvicina.

Avvisa Aber di non fidarsi!

Marte oggi dà presagi non buoni. L'uomo illuminato sente le entità in qualunque parte della terra; pochi sono gli uomini che possono comunicare con esse. Queste persone sono esseri estremamente sensibili e buoni."

Phtahmose: "Il nostro esercito si era inoltrato in un deserto circondato da alte montagne. In basso, dove noi eravamo, cavalcava il nostro re Amenofi IV. Buona parte dei nostri era a cavallo. Dall'alto delle montagne veniva contro di noi un altro esercito, composto tutto di uomini tarchiati che marciavano a piedi. Erano i mitani, gli imetniu.

Essi erano guidati da tre uomini a cavallo, armati di spada e muniti di corazza. I tre uomini a cavallo incitavano gli altri all'attacco con degli urli selvaggi non articolati. Ci sono venuti addosso all'improvviso. La battaglia è stata dura e ci sono stati molti morti. Noi egiziani abbiamo perso."

Aber: "A quei tempi in battaglia i cavalli venivano impiegati aggiogati ai carri. Erano montati soltanto per l'esplorazione e il trasporto.

Il fatto che parte dell'esercito egiziano fosse a cavallo denota la gravità della sorpresa messa a segno da Tushratha."

Tuthmose: "Quando tu Aber, dopo la battaglia in cui eri stato ferito, abbandonasti i tuoi soldati per andare a farti curare dalla regina, io ero già morto, eppure soffrii assai vedendoti compiere quella azione non degna.

Ekhnatòn era molto irritato e pensò addirittura di farti mettere a morte, lui che non uccideva mai nessuno.

Tu avevi dimenticato il doppio vincolo sacro che univa un suddito al suo faraone e un generale ai suoi sottoposti, in forza di cui a essi era riservata un'eguale sorte."

Nefertiti: "Ero vestita, non come al solito, ma con un abito scuro e i capelli sciolti. Stavo seduta su una poltrona con i braccioli, sui quali appoggiavo le mie braccia con abbandono. Le ancelle piangevano, si disperavano. Io guardavo fisso davanti a me, sempre per questa sconfitta.

Aber è apparso all'improvviso, senza bussare e raccontò con molta agitazione le perdite che avevamo subito, gli uomini morti e la scena di disperazione degli uomini del popolo. Io Nefertiti, mi sono un po' rasserenata, vedendo che Aber era vivo."

Ptahmose: "Ho visto Ekhnatòn in riunione in un salone con i suoi consiglieri e il primo ministro e il re degli higikhisout e discutevano. Il viso di Ekhnatòn era molto triste. Gli egiziani avevano perso. I nostri uomini avevano combattuto bene, ma gli altri erano superiori, forse più abituati a combattere o forse perché venivano dall'alto. Dovevamo venire a patti."

Nefertiti: "Cammino lungo il Nilo e penso: Aber deve subito tornare da Ekhnatòn. Lo farò accompagnare dalla guarnigione di Akh'Aton. Presa la mia decisione, adagio sono tornata indietro e ho trovato tanti campi ben coltivati a grano e, mi sembra, a lino, perché vi erano tanti fiorellini. C'erano anche tanti asinelli in fila, carichi di sacchi, che portavano i prodotti dove andavo io (verso i grandi magazzini).

Quando sono arrivata al palazzo, ho suonato con un martello su una specie di scudo. Ne uscì un suono che ha rimbombato dappertutto e allora apparvero tanti soldati, contadini, tante ancelle e degli operai.

Io presi una cartina, che sembrava una cartina geografica come quelle di adesso, e su di essa ho fatto tanti segni tutto intorno e ho dato l'ordine ai soldati di portarsi lì. Ho parlato poi ai contadini e li ho invitati a mettere via bene il futuro raccolto, che il mio dio aveva detto che sarebbe molto abbondante. Poi ha parlato agli operai e ho promesso unguenti a quelli che costruivano e ho fatto un bel discorso, pregando loro di lavorare sodo.

Infine ho fatto segno con la mano e tutti si sono ritirati. Siamo rimasti solo io e Aber, con delle ancelle e mi hanno accompagnato nel mio appartamento. Aber ha aspettato. Le ancelle mi hanno spogliata. C'era una specie di piscina, con una grande vasca profumata. Mi sono immersa nuda e quando sono uscita le ancelle mi hanno pettinato, poi se ne sono andate.

C'era il mio grande letto ed io mi sono stesa sopra. Ho battuto le mani tre volte ed è apparso Aber. Mi baciava la schiena e il collo. Mi metteva le dita nei capelli. Poi mi viene sopra. Siamo stati insieme tutta la notte.

La mattina, quando spuntò l'alba, siamo andati a vedere il sole che sorgeva ed io ho benedetto Aber chiamando il Dio Aten, dicendogli di proteggerlo sempre, ovunque, anche nelle battaglie."

Ekhnatòn: "Non sappia la mano destra quello che fa la mano sinistra. Questo era il motto di Aber: 'segretezza'. Lo aveva imparato alla scuola di guerra dalla quale era uscito un grande guerriero.

Che Aber sia sempre sincero."

Nefertiti: "Aber, quando sarai solo e non saprai come regolarti, pensa a me, e giudica come io mi sarei comportata. Io sentirò la tua richiesta, sarò subito in ispirito da te e ti suggerirò cosa devi fare."

Tuthmose (ad Aber): "La sconfitta e la ferita ti avevano molto depresso: fu a causa di ciò che, lasciato il comando, tornasti a casa col corriere di corte. Raggiungesti Nefertiti la quale fu molto buna con te. Ti rincuorò e ti consigliò di tornare al campo a combattere e ti diede uomini fedeli e coraggiosi. Ripartisti carico d'energia, deciso a respingere il nemico.

Aber: "Fu la regina Nefertiti che seppe indurmi ad affrontare la collera del re e ricondurmi a combattere. Mi diede il comando di soldati valorosi e con un esercito di rinforzo ritornai in Siria. Ekhnatòn era deciso a condannarmi a morte e solo per un capello accondiscese a perdonarmi e a lasciarmi in vita."

Tuthmose: "Tu, Aber, parlasti con il Faraone, ti riconoscesti pienamente colpevole e gli dicesti: 'Re, merito la morte, ma lascia che sia il nemico a darmela. Io andrò in battaglia e combatterò per primo. I nemici che ci hanno vinto saranno sgominati o il primo morto sarò io.'

Ekhnatòn ti mise alla prova; tu riportasti una grande vittoria e fosti perdonato."

Phtahmose: "Aber adoperò tutta la strategia possibile e con i suoi uomini atterrò gli imetniu raggiungendoli di sorpresa alle spalle e, combattendo valorosamente, vinse la battaglia.

Ekhnatòn lo rimproverò perché egli in realtà fu debole. Ci volle la forza di Nefertiti per rianimarlo."

Tushratha: "Nella seconda battaglia di Qatna riportammo una brutta sconfitta. Noi imetniu ci consideravamo già vincitori della guerra tanto che gli egizi avevano intavolato trattative di pace.

In quanto ad Aber, è falso che inseguendo i miei reparti in ritirata, egli abbia raggiunto il Naharin con l'intero esercito. Vi arrivò solo con reparti celeri, a cui erano stati tolti tutti gli impedimenti

Quelle colline boscose, quei laghi lo affascinavano. Erano tanto diversi dei paesaggi che Aber era abituata a vedere in Egitto!"

 

(si presenta la regina Ahmose-Nefertari)

 

Aber: "E' giunta Ahmose-Nefertari. Vorrei parlarle."

 

(gli altri spiriti abbandonano la scena)

 

 

SCENA SECONDA

- Torna Ahmose-Nefertari (1.585 - 1.533 a.C.) -

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SCENA TERZA

- La regina Tetisceri ed il principe Ahmose -

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SCENA QUARTA

- Storia di tre sorelle -

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SCENA QUINTA

- L'arte di Tell el-Amarna -

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[1] La punizione proposta è in realtà misericordiosa. Per il sacrilegio la pena consueta era la morte.

[2] Voce mitanica d'origine indoeuropea che significa: 'Guerrieri sul carro'. Da Cambridge University Press, 'Storia del mondo antico', vol. II, Garzanti ed., Milano, 1976, pag. 386, il termine mitanico 'Mariyanna' è ricollegato all'intimo 'Marya' (giovane guerriero).

[3] Il nome 'Siria' è un anacronismo, in quanto sorto da una posteriore invasione assira, avvenuta nel XII secolo. La stessa osservazione vale per 'Uruatri' o 'Urartu', nome con cui si designò solo alcuni secoli più tardi il regno hurritico, posto a settentrione del Mitani.

[4] La posizione esatta di Uasciugani sarà precisata nell'atto tredicesimo.

[5] Cfr. sul punto Cambridge University Press, 'Storia del mondo antico, vol. II, L'apogeo delle civiltà orientali: Egitto, Mesopotamia, Anatolia, Egeo', Il Saggiatore, Garzanti ed., Milano, 1976, pag. 631. Artatama era re di Khurri (vedi nota 3).

. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.

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