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Ramsete II

(ESTRATTO)
SCENA PRIMA
-
La battaglia di Qadesh -
... .... ...
SCENA SECONDA
- La XIX Dinastia e l'esodo di Mosè -
... .... ...
SCENA TERZA
- La fine di Aber -
(Nel castello di Aten. Ekhnatòn, Enkhsanpaton,
Ramsete II e Lucio. Poi Aber)
Lucio: "Ramsete, perché hai espunto dalle liste regali i faraoni che
regnarono durante i trentatré anni di Tell el-Amarna? Forse per motivi
religiosi?"
Ramsete II: "Di quei faraoni io abbattei i monumenti, è vero, però la messa
al bando delle liste fu ordinata da Horemheb. Ciò avvenne per motivi
politici e non religiosi. Horemheb, avendo sposato l'ultima figlia legittima
di Amenofi III, si considerò erede di quel Faraone ed eliminò i re che
avevano regnato nel frattempo. Nutro molta stima per Nefertiti."
Lucio: "E per Aber?"
Ramsete II: "Per Aber-Iahu no, in quanto, chiamato al trono da Nefertiti, si
rivoltò contro di lei."
Lucio: "Fatemi sapere come è andata."
(viene Aber)
Aber: "Ebbi una relazione con Ekhnatòn e poi un'altra con Nefertiti. Fui
quindi doppiamente colpevole. Ma il rimorso che più tremendo assale la mia
coscienza, la colpa per la quale dubito che non potrò mai essere perdonato,
è che fuggii in battaglia, abbandonando i miei bravi soldati a farsi
sgozzare come cani dagli imetniu. Essi avevano bisogno di me, io ero il loro
capo. Eppure morirono da soli, ché io abbi il cuore di sopravvivere.
Ma
i miei misfatti non terminano qui.
Morto Ekhnatòn, brutalmente assassinato, assunto il potere dalla vedova
Nefertiti, andato a male il fidanzamento con il figlio del re degli ittiti e
morto anche Tutenkhamen per ordine della Bella, toccò a me salire sul trono.
Ciononostante, approfittai della mia nuova situazione per far uccidere, per
gelosia, alcuni precedenti amori della Dea, i quali me ne contendevano il
cuore. Eppure essi a me non avevano fatto alcun male.
E
così morirono, incatenati, nel deserto, sotto le frustate del carnefice,
mentre io andavo avanti a cavallo.
Ricapitolando, fui bisessuale, adultero, vile e omicida. Una voce nell'anima
(e non so quanto vera) mentre parlo mi dice: 'Forse, Aber, la tua colpa
principale non consistette tanto in una mente cattiva, quanto nella tua
debolezza d'animo, nella mancanza di affidamento che si poteva porre in te'.
Non
so dove sia la verità. Spero però che se le colpe della mia vita furono così
tremende, il mio sincero pentimento possa un giorno propiziarmi il perdono.
Nonostante il male che commisi, portai vero affetto al mio re e amai con
tutte le forze la regina Nefertiti, alla quale dedicai la mia vita e per la
quale morii. Ma al mio sacrificio, ben ne valse la pena. Nefe, la splendida,
la fulgente, mi ricompensò allora, sia con il suo amore di Dea, sia dandomi
un figlio (Tutenkhamen), sia accordandomi quello che Ekhnatòn chiama l'onore
unico di sedere sul trono dei faraoni e degli dèi.
Io,
umile soldato, non durai molto in quella situazione, lo so. E così il mio
nome non figura nei libri di storia. Chi fui io, in definitiva? L'amante
della regina, giunto al trono per meriti di alcova.
L'invidia mi uccise. Quell'invidia che non è molto diversa tra gli uomini di
allora rispetto a quella di oggi."
Lucio: "Non capisco bene. Vi prego, datemi altri particolari."
Ekhnatòn (ad Aber): "Divenuto Faraone, tendevi a essere troppo borioso, a
dimenticare il debito di gratitudine che avevi verso Nefertiti, alla quale
dovevi tutto. Di questo tuo erroneo sentimento approfittarono cattivi
consiglieri che erano in realtà gelosi della tua fortuna e che,
apparentemente, facevano i tuoi interessi, consigliandoti di svincolarti da
Nefertiti. Ti dicevano che eri un uomo ed eri in grado di governare da solo.
E tu, scioccamente, ti facevi influenzare da loro."
Lucio: "Come reagì Nefertiti al comportamento di Aber?"
Ramsete II (sempre ad Aber): "Anche Nefertiti aveva i suoi consiglieri i
quali, a causa del tuo traviamento, le suggerirono di abbandonarti e di
appoggiarsi ad altri. Ma lei ti amava ancora profondamente e poiché aveva
più personalità della tua, si faceva influenzare meno. Lei poteva essere
influenzata solo dall'uomo che amava e quell'uomo eri tu."
Ekhnatòn: "Quando Aber salì al trono, Nefertiti si sentiva trascurata da lui
e aveva preso Serapidi, quale suo ultimo amore. Aber, persuaso da un
malvagio consigliere e abusando della confidenza della regina, mandò a morte
Serapidi e altri sei o sette cortigiani che pure erano stati in rapporti
intimi con Nefertiti. E quegli uomini erano felici di morire per la regina,
perché convinti che le loro ingiuste sofferenze li avrebbero riuniti per
sempre alla dea."
Lucio: "Aber agì così per gelosia?"
Aber: "No, anche per salvare il buon nome della regina."
Lucio: "Se ho ben inteso era per colpa tua se Nefertiti ti era infedele?"
Aber: "Sì. Nefertiti capiva che un uomo avesse i suoi impieghi, ma non
tollerava però di essere trascurata.
Però io speravo ancora di riconciliarmi con la regina, perché lontano da lei
non vivevo bene, ma tra noi si era frapposto quel Serapidi. Verso di lui
nutrivo una vecchia ruggine. L'avevo preavvertito di stare lontano dalla
regina, ma lui non volle darmi retta. Nefertiti era tanto bella e attraente
che richiamava gli uomini come il miele le api. Pur di averla, uno era
disposto anche a morire. Serapidi conosceva il rischio che correva. Volle
sfidarmi e morì. Non ho rancore verso di lui, perché al suo posto avrei
fatto altrettanto. Perdere la vita per Nefertiti ne valeva la pena e
Serapidi lo sapeva benissimo."
Lucio: "Allora tu facesti fuori Serapidi e gli altri per togliere di mezzo
l'ostacolo che ti separava da Nefertiti?"
Aber: "Sì, ma fui uno stolto, perché non compresi che verso Nefertiti avrei
dovuto agire con dolcezza e non con la forza. Avrei dovuto dirle che l'amavo
tanto ed ella sarebbe tornata con me. Invece pensai di troncare i nodi con
la spada."
Lucio: "Come andò a finire?"
Aber: "Quel giorno, quando ebbi condotto nel deserto Serapidi e gli altri e
ritornai al palazzo, incontrai la regina e le raccontai quello che era
successo, ella divenne furibonda."
Lucio: "Lo credo. Volendo riconciliarti con lei non eri stato un gran
diplomatico."
Aber: "Vedere Nefertiti così fuori di sé avrebbe fatto tremare chiunque.
L'avevo già vista arrabbiata, ma mai in quel modo e comunque sempre verso
gli altri. Con me era stata sempre e soltanto dolce. Lei prese uno staffile
e mi frustò in faccia."
Lucio: "Era il minimo che poteva fare. Pensavi che ti avrebbe buttato le
braccia al collo?"
Aber: "Bene o male ero un Faraone, e ora il Faraone, che era un Dio per i
suoi sudditi, avrebbe dovuto andare in giro recando in viso il segno della
frustate ricevute. Con tutti i cortigiani che gli avrebbero detto, o almeno
avrebbero pensato, 'Aber è schiavo di una donna'. L'umiliazione ricevuta era
stata tremenda.
Il
mio affetto per Nefertiti, il mio intero mondo, tutto mi sembrò crollare in
un colpo. La sorgente di luce e di amore intorno alla quale aveva ruotato la
mia vita, era per me irrimediabilmente spenta."
Ramsete II: "A corte si formarono due partiti, uno favorevole ad Aber e
l'altro a Nefertiti.
A
Nefertiti venne consigliato di sbarazzarsi di Aber, ma lei ne era ancora
innamorata."
Ekhnatòn: "Ti racconterò io la fine di Aber.
Nefertiti decise rappacificarsi con lui e lo invitò nella sua stanza. Egli
andò e tra i due rinacque quell'amore che non si era mai spento. Però quando
Aber uscì dalla stanza lo aspettava il capo degli arcieri con altri
congiurati. Quest'ultimo fu un parente di Aber e anche lui innamorato di
Nefertiti. Aveva deciso di sopprimerlo, convinto di fare un piacere alla
regina.
Aber richiuse la porta e si trovò al buio in quanto erano stati tolti tutti
i lumi. I cospiratori lo assalirono nell'oscurità trafiggendolo alle spalle.
Aber cacciò un urlo. Richiamata dall'urlo , Nefertiti accorse, spalancò la
porta e ricevette nelle sue braccia Aber che le si abbatté addosso
inondandola di sangue. Alla vista della regina i congiurati fuggirono."
Lucio: "Adesso capisco perché, nella mia attuale vita, chiudere (non aprire)
una porta suscita in me un senso di pericolo, soprattutto se dalla luce
passo in un locale buio."
Ramsete II: "Il tuo cattivo consigliere, Aber, ti aveva consigliato di
unirti ad Enkhsanpaton e di abbandonare Nefertiti, perché quest'ultima,
essendo anche lei all'incirca sui quarantasei anni, sotto il profilo
egiziano di allora era troppo anziana e veniva ritenuta, ancorché fosse
sempre bellissima, prossima alla vecchiaia. Il potere di Nefertiti era
basato non tanto su te, quanto sul suo prestigio presso l'esercito, sulla
sua autorità di comando e sulla sua bellezza che abbagliava e persuadeva
tutti a seguirla. Con il tuo comportamento inopportuno, oserei dire malvagio
e sciocco, tu dimostrasti di non aver capito la situazione (in quanto
Nefertiti era la tua forza), ti sopravvalutasti e provocasti in definitiva
la tua rovina e quella di Nefertiti."
Ekhnatòn: "Vedi Aber, Enkhsanpaton era un fiore di virtù. Aveva amato molto
Tutenkhamen, ma era un po' debole e tu non le dispiacevi. Eie se ne accorse
subito e cercò di approfittare di tua questa piccola passione per una
ragazzina allo scopo di scalfire il tuo potere e la tua situazione presso
Nefertiti, che altrimenti sarebbe stata inattaccabile. Fu lui che trasse
sull'avviso Nefertiti. Poi tu ti pentisti di quello che stavi per fare, ma
Eie ebbe modo di persuadere l'altro consigliere della regina e amico tuo a
ucciderti, per punirti e prendere il tuo posto. Ma quando il consigliere al
quale Eie aveva parlato e che ti aveva ucciso, fiducioso sempre in quello
che Eie gli diceva, tornò da Nefertiti per chiederle scusa e deporle ai
piedi tutto il suo amore, Nefertiti, furibonda, lo fece impalare.
Fu
questa la tua più grande colpa, questa che veramente rappresenta il tuo
handicap, il tuo pensiero errato, il tuo traviamento, che ti impedirà
forse di salire al trono, anche se tu hai cercato di scontare quella colpa
con millenni di punizione.
Il
fatto che tu tanto hai cercato di ingrassare, in questa vita, per colpire la
tua bellezza, deriva da questo inconscio tuo sentimento di colpa."
Enkhsanpaton: "Ho visto Aber sdraiato su un tavolo di granito bianco. Era
morto. Non ricordo che vesti indossasse.
Dopo la morte gli vennero tolti i vestiti,
fu
messo in bagno e la sua ferita
venne la-
vata. Poi venne asciugato e messo sul tavolo.
Non
bisognava che vedessero che la sua morte era stata cruenta."
Lucio: "Così terminò Aber e il suo breve regno.
Vi
prego, signori, lasciatemi solo. Vorrei meditare su quanto mi è stato
svelato."
(tutti abbandonano la scena, fuorché Lucio)
SCENA QUARTA
- La questione omerica -
... .... ...
. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.
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