La loggia delle apparizioni       

(ESTRATTO)

 

Nefertiti: “Vedo una sorta di spazioso terrazzo sopra una costruzione molto allungata, quasi a punta. E’ aperto da due lati, in modo da poter osservare il sole all’alba e al tramonto.

Accanto mi sta un gatto che tutti venerano e che ha gli occhi molto lunghi. Sul capo io tengo un avvoltoio. Mi alzo dalla bizzarra sedia che ha raffigurata sui braccioli delle gazzelle e mi dirigo verso il terrazzo, dove subito alzo le braccia e sorge il sole.

Un nome mi ronza nella testa: Aten.”

  

SCENA PRIMA

- La festa dell’intelligenza di Lucio -

 

(Nei pressi del Castello di Aten; Nefertiti e Lucio)

 

Nefertiti: “Verso di me viene una gran folla; uomini, bambini, donne. Davanti sfilano i soldati guidati da Ekhnatòn che ha in testa una corona. Il popolo è festante e la gente canta; i soldati avanzano a passo maestoso, Ekhnatòn porta un cofano d’oro tempestato di pietre preziose.

Soggiunge Amenofi: “Il tuo compito Nefertiti, è per ora sulla terra. Il tuo adepto otterrà per grazia tua intelligenza che tanto ardentemente desidera: che sappia mantenere quell’immenso unico dono. Nefertiti abbi fiducia in lui. E’ un po' debole, a volte superficiale e credulone, ma ti è affezionato con tutto il suo essere, ti è fedele e ti difenderà e proteggerà per sempre. Presto verrò da voi.”

“Lucio ed Io siamo vicini”. Arriva Ekhnatòn, ci afferra per mano e ci solleva: voliamo leggeri, siamo felici. Giungiamo (nel Castello di Aten) in un immenso salone le cui pareti scolpiti rappresentano uomini, donne, animali. Al centro del soffitto c’è un gran sole; una tavola è apparecchiata. Io mi accomodo a capotavola, tu Lucio siedi alla mia destra e Amenofi alla mia sinistra.

Ekhnatòn si rizza e sollevando il bicchiere pronuncia queste parole: “Sappiate che Lucio ha ottenuto, mio tramite, un’intelligenza superiore a quella di tutti voi e della maggior parte degli uomini. Egli farà per noi grandi cose: saremo orgogliosi di lui.”

Ognuno dei presenti si alza inchinandosi rispettosamente. Poi incominciano i festeggiamenti, tutti brindano, fanciulle ballano.

Tu, Lucio, appari elegantissimo. Vesti alla moda d’oggi e indossi uno smoking bianco. Gli occhi ti brillano mentre ringrazi Ekhnatòn.

Poscia lo scenario si modifica: vedo Amenofi seduto su un trono con le mani e le braccia tese in avanti. Il trono è d’oro, braccioli e piedi recano scolpiti degli animali. Il trono è alto, superiore all’altezza del Faraone. Sul poggiaschiena e poggiatesta sono scolpiti dei soli con i raggi e degli uomini. Amenofi veste un abito lungo, al suo fianco in piedi sono io in abito trasparente turchese.”

Lucio: “ Sono inginocchiato davanti al re, coi miei attuali viso e corpo. Non porto occhiali e indosso un costume egiziano: sono dunque poco vestito.

Il Faraone mi mette una mano sulla testa e dice. “ Lucio, hai mostrato ubbidienza e umiltà, perciò ti premio dandoti altri tre punti d’intelligenza.”

Io sono commosso e dai miei occhi sgorgano le lacrime”[1].

 

 

SCENA SECONDA

- Viaggio nella città perduta -

 

(A Uasciugani, capitale del regno di Mitani, nella reggia.

In scena Aber, poi re Tushratha e la regina Iuni)

 

Aber:. “Eccomi nel paese degli Imètniu, a Uasciugani, la città di cui gli archeologi ignorano l’ubicazione.

Stanno giungendo due persone, un uomo e una donna. Il primo veste come un re da favola, porta una corona, lo scettro e un mantello rosso foderato all’interno bianco. Non è alto, la sua fronte è spaziosa e sfuggente, la capigliatura folta e nera. Il mento e proteso verso l’alto, le fattezze sono di un individuo risoluto, intelligente e sincero anche se alquanto impaziente e irascibile. Presso di lui viene una donna, evidentemente la sua regina, alta come e forse più del marito. Capelli biondi e carnagione chiara, occhi sfumati tra l’azzurro e il verde; mento volitivo e un po' squadrato, zigomi alquanto sporgenti. Chi siete?”

Tushratha: “Io Tushratha, il re degli higi- khi sout.”

Iuni “E io Iuni, moglie del suddetto.”

Aber: “Regina, parlami del tuo marito.”

Iuni: “Tushratha era un uomo brillante e la sua intelligenza, che spaziava su tutto, mi aveva affascinata. Però al pari di te, Aber; tendeva a sbandare, o per via di una donna o perché, essendo un idealista, era carente di senso pratico. Per poterlo tenere legato gli era necessaria una moglie che riuscisse a guidarlo.

E, per guidarlo, occorreva una donna del temperamento a tempo forte e buono, perché anche lui aveva un caratterino!

E io (come poi Nefertiti) godevo appunto di quel temperamento.”

Aber: “Tushratha, sarebbero possibili oggi monarchie alla tua?”

Tushratha: “Una volta l’uomo si accontentava di poco e perciò gli bastava quello che gli veniva dato da chi comandava, da dividere con gli altri. Adesso l’uomo esige sempre di più, perciò non è possibile che si accontenti. Egli pretende anche quello che, invece, non gli si può dare. Per cui non è mai contento. Perciò, adesso, non può comandare uno solo, anche se onesto, salvo che non instauri terrorismo.

Di conseguenza monarchie servono al re per pronunciare bei discorsi che accontentano tutti.”

Aber: “Dov’era Uasciugani, là dove le sorgenti sgorgano abbondanti, la città che l’altra volta non potei prendere[2]?”

Tushratha: “Sul fiume Khabùr, a 17 chilometri dalla sua confluenza con l’Eufrate, in formidabile posizione strategica[3].”

Aber: “Perché i moderni non riescono a rintracciarla?”

Tushratha: “Un tempo il fiume le lambiva il fianco, ora le passa sopra.”

Aber: “Raccontami dell’epopea degli Hurriti, i conquistatori del mondo antico, popolo al quale anch’io appartengo per parte di mia madre.”

Thushratha: “Gli Hurriti erano originari della zona del lago di Van. Si esprimevano in una lingua indoeuropea del gruppo satem[4]. Alla metà del II millennio compiono una serie di spedizioni militari, travolgendo il regno degli Ittiti in Asia minore[5] quelli della Siria-Palestina, della Mesopotamia (dove fondano il regno di Mitani) e dell’Assiria[6].”

Aber: “Ma non andarono anche in Egitto?”

Tushratha: “Lo avevano già occupato tra la fine del XVIII, e l’inizio del XVI secolo. I faraoni della XV e XVI dinastia di Manetone furono Hurriti. Gli Egizi li chiamarono Higiklesipt, cioè Hyksos.”

Aber: ”Perché si sa tanto poco delle loro gesta?”

Tushratha: “I popoli da loro vinti non lasciarono scritto nulla sugli Hurriti, in quanto seccati d’esser stato conquistati.”

Aber: “Parlami dei rapporti tra Egizi e Hurriti.”

Tushratha: “I Mitani furono i primi ariani, sempre nemici degli Egiziani. Gli Egizi divennero amici degli Hurriti quando arrivò Nefertiti e anche per merito di Tutenkhamen. I Mitani non si possono equiparare agli attuali curdi che, piuttosto, discendendo dagli antichi Medi.

Sapessi quanto Ciassarò, re dei Medi (e che espugnò l’assira Ninive) è dispiaciuto di quel che accade nel Curdistan! Il regno degli Hurriti corrisponde grosso modo all’Armenia.”

Aber: “Veniamo a te re. Sai che il tuo nome è un rompicapo per i filologi? Deriva dal sanscrito?”

Tushratha: Sostanzialmente sì.”

Aber: “Sull’interpretazione del tuo nome esistono due teorie. Premesso che ‘ratha’ significa non tanto ’ruota’ che ‘carro’, il Dumezil lo traduce con ‘l’uomo dal carro impetuoso’, mentre R. Rompani suggerisce la versione ‘l’uomo dal carro che compie evoluzioni’. Che ne dici?”

Tuhsratha: “Nessuno dei due ha torto. Il mio carro è pieno d’impeto e versatile.”

Aber. “Sotto il profilo pratico è senz’altro così. Parlatemi ora della fanciullezza di vostra figlia Tadukhebat, colei che gli Egizi chiamarono Nefertiti ed elessero a loro regina.”

Tushratha: “Tadukhebat nacque bionda come la mamma, e tale rimase fino a quattro anni quando divenne mora come me. Aveva le pupille color grigio, anche se lateralmente sfumavano nel viola.”

Aber: “E alla luce del sole tornavano al verde.”

Iuni: “Tadukhebat fu una buona bambina. Vivacissima, ma affettuosa e tanto affezionata sia a papà sia a me, che ero la sua mamma. Una volta, Tadukhebat era molto piccina, chiamammo uno scultore che le scolpisse un busto. Dopo molti sforzi, l’artista le fece solo una testina, quella più di una bambina era una saetta. Fu Tushratha che scelse il nome Tadukhebat; Tadu: gran divinità e Kebat: la dea del sole. Tadukhebat preferiva giocare coi maschietti che l’adoravano. Era lei il capo di tutte le bande di ragazzi. Sapeva capirli e guidarli.

Fui io che le insegnai il suo splendido portamento, abituandola a camminare su una riga tracciata in terra, reggendo un peso in equilibrio sulla testa. Da adolescente era appassionata di cavalli, cavalcava senza sella, amava anche gli altri animali e apprezzava l’agricoltura. Aveva uno spiccato senso di osservazione, un'immaginazione fervida ed era entusiasta se le raccontavo le fiabe e i miti del nostro popolo. In Tadukhebat sul pensiero prevaleva l’azione e l’intuizione. Non aveva bisogno di riflettere. In ogni problema arrivava subito al nocciolo. Le piacevano moltissimo i bambini e soleva dire che una volta sposata avrebbe avuto venti figli. Era buona e altruista e cercava sempre di aiutare tutti.”

Aber: “Era buona quanto te?”

Iuni: “Se c’era una persona in bisogno, pure estranea alla nostra famiglia, io correvo a soccorrerla, anche se in quel momento non stavo bene nemmeno io. Tadukhebat era forse ancora più buona, però rispetto a me era più portata ad aiutare i parenti e la famiglia. Io soccorrevo le persone nel corpo: Tadukhebat cercava di aiutare anche quelle che pativano spiritualmente, in quanto persuasa che la sofferenze morale fosse più dolorosa che quella fisica.

A tredici anni era già bellissima. Aveva capelli ricci e neri. Il suo umore era costante, la sua femminilità estrema, il suo temperamento allegro anche se con un fondo di timidezza.

Fu allora che Amenofi III, il quale anni prima aveva sposato Gilukhebat (sorella di Tushratha ), la chiese in sposa a Tushratha. Tushratha per quanto orgoglioso della proposta, ne rimane perplesso. Amenofi III era anziano e molto malato. Non era giusto che l’incantevole bellezza di Tadukhebat venisse offerta a un uomo simile. Alla fine le ragioni politiche prevalsero e Tushratha acconsentì alle nozze. Per mostrare la potenza del regno di Mitani, mandò in Egitto una dote superba e fece accompagnare Tadukhebat da damigelle, ancelle, guerrieri e sacerdoti.

Sennonché il Faraone Amenofi III fu avaro nel ricambiare i regali. Quando Tushratha vide i miseri doni di Amenofi III ne fu sì esasperato da non trattenere le lacrime. Egli era consapevole di aver inviato in Egitto un fiore unico, meraviglioso e i meschini presenti di Amenofi III non erano all’altezza di quanto lui, Tushratha, gli aveva sacrificato.”

 

(Si fanno avanti due dame non più giovanissime, munite di lunghe parrucche e di vestiti di moda sotto il segno di Amenofi III. Sono la principessa mitana Gilukhebat e la regina Teie, entrambe mogli del Faraone Amenofi III. Con loro la giovane Tadukhebat.)

 

Gilukhebat: “Straniera, nemica: quante volte l’origine mitanica mi venne rinfacciata alla corte d’Egitto. Lo stesso mio sposo e signore, Amenofi III, che pur mi voleva bene, soleva prendermi bonariamente in giro, dicendo che egli era andato a prendersi la moglie al nord, e di avermi comperata al mercato di Uasciugani, come schiava evidentemente. Quanto soffrii di questa situazione di cui non avevo colpa. Gli hurriti-mitani avevano combattuto per tanti secoli contro gli egiziani, ma alla fine era intervenuto una delimitazione di sfere di influenza. Perciò a consacrazione della conseguita pace, io, principessa mitana e sorella Tushratha, avevo dovuto sposare il re dei nostri nemici, il Faraone Amenofi III.

Furono nozze imponenti: la pace ottenuta doveva essere celebrata con ogni mezzo. Centinaia di damigelle mi seguirono in Egitto, come parte della dote, e molte di esse, in qualità di concubine, salirono il letto di Amenofi III. L’influenza hurrita si fece, alla corte egiziana, sensibile. Il re di Mitani aveva calcolato proprio questo. Io ebbi sempre molta stima di mio marito, il Faraone. Era buono, pur se schiavo della sua sensibilità, rispettava le sue donne e voleva bene ai figli, anche se li trascurava in quanto preso dagli affari di stato. L’unica moglie di cui ebbe alta considerazione fu la più intelligente e abile di noi. Teie, la figlia di Iuia, che egli nominò sua Grande Consorte.”

Teie: “Se volete assoggettare un uomo, approfittate delle sue debolezze. Conoscendole, sfruttandole, usufruendone, lo terrete in pugno.

E’ questo che io, Teie figlia di Iuia il semita e di Tuia la libica, fui capace di ottenere. Cosa voleva mio marito? Le donne. E io gliene procurai di tutti tipi e in tutte le salse. Ciononostante Amenofi III non riuscì a fare a meno di me, perché io, pur di non farmi escludere, giungevo a partecipare, in uno alle donne che gli davo, ai suoi giochi erotici.

Fascino, temperamento, spiritualità e spregiudicatezza con questi armi seppi ammaliare mio marito e indurlo a fare, specie verso la fine della sua vita, tutto ciò che volevo.

Non fu facile. Amenofi III aveva volontà molto forte soprattutto in quello che piaceva a lui, ma io ne venni a capo, giocando oltre che sulle sue debolezze anche sulla malattia, il mal di denti, che lo aveva crudelmente percorso.

Così io, non nobile, divenni non solo la gran consorte del Faraone, la sola in grado di generargli figli legittimi possibili pretendenti al trono, ma seppi anche giungere al supremo potere governando l’Egitto lunghi anni, dapprima con mio padre Iuia e poi da sola.

Tushratha ha ragione quando affermava i nostri regali insufficienti. Non agimmo così per avarizia, ma per deliberato intendimento. Già altre volte i re mitani avevano inviato ai faraoni donne ricavandone molto oro. Con quel oro avevano impinguato il loro tesoro e arruolati eserciti, magari in funzione anti-egizia. Tushratha, inoltre, ambiva non solo a farsi riconoscere il più grande re del Vicino Oriente, ma anche a imporre nei rapporti internazionali il mitanico, in sostituzione della lingua diplomatica d’allora che era l’accadico (in sostanza il babilonese). Quei poveri regali miravano a ridimensionare che egli era pur sempre un subordinato del Faraone, il quale restava superiore a lui e a tutti altri re del suo tempo.”

Tadukhebat (a Gilukhebat): “Ho fatto un sogno nel quale ora ti chiamavo mamma, ora nonna, ora zia.”

Aber (pure a Gilukhebat): “Che significa ciò, principessa?”

Gilukhebat: “Che in vite successive Nefertiti fu mia figlia e anche mia nipote. Tu Aber, non chiamarmi più principessa, ma mamma.”

Aber: “E perché? Mia madre è Noemi l’hurrita.”

Gilukhebat: “In Egitto sì; in Italia nel XX secolo d.C., sarà diverso. In quel tempo rinascerò a B. e nascerai tu unico maschio. Tu mi chiamerai mamma Mariuccia e io Lucio".

Aber ( a Tadukhebat): “Dimmi, eri affezionata al Mitani, la tua terra d’origine?”

Tadukhebat: “Amai la mia terra con infinito trasporto. Era un po' arida, ma a primavera, con lo sciogliersi dei ghiacci (dell’Armenia) tutto germogliava improvvisamente sotto i raggi del sole; il terreno si copriva di tanti colori e di fiori innumerevoli. Allora dagli ovili uscivano le pecorelle seguite dalla nuova generazione piccolissima d’agnelli che zampettavano brucando la tenerissima erba. Era tutto un suono di campanelli e di belati che riempivano l’aria come una musica mistica e soave.

Gli uccellini cinguettavano contenti saltando da un ramo all’altro, portando nel becco gli insetti al loro nido per nutrire i piccoli. Ero così felice!”

Aber: “Vi recavate spesso da Uasciugani in campagna?”

Tadukhebat: “Abbastanza, anche se non stavamo sempre nelle nostre terre. Vi si andava quand’era indetta qualche festa, oppure se il tempo era buono o bisognava presiedere a delle iniziazioni.

Col buio io stavo con la mamma accanto al fuoco che veniva acceso al tramonto. Era un rito serale.

Intorno al focolare si riunivano tutti: la gente che accorreva dalle tende, i pastori, ognuno aveva la propria famiglia. Si guardavano le fiamme, si innalzavano canti che rallegravano tutti.

Ai pastori che tornavano da pascoli si distribuivano bibite rinfrescanti. Per dar sapore all’acqua si usavano erbe aromatiche e bacche di rosa canina messe a fermentare (forse perché contenenti vitamina C?). La mia mamma dirigeva tutto: a lei si chiedeva di assumere le decisioni, sempreché ce ne fossero da prendere. Talvolta con noi veniva anche papà.”

Aber: “I pastori usavano cani?”

Tadukhebat: “Si!”

Aber: “Come si spostavano i pastori?”

Tadukhebat: “A piedi. I cavalli li usavamo noi, non rammento se cavalcandoli o aggiogandoli ai cani.”

Aber (a Gilukhebat): “Mamma, come va quest’opera?”

Gilukhebat: “Ekhnatòn dice che procede bene. Scrivila con calma e non preoccuparti per le incomprensioni. Sapessi quante ne ha affrontate Ekhnatòn in tutte queste migliaia d’anni. L’uomo ha paura di conoscere i misteri che gli vengono spiegati: sono troppo grandi. Può essere che a furia di rileggere lo scritto e di meditarci, si persuadano figlio mio. Arrivederci a Milano.”

 

SCENA TERZA

- Palazzo Nord -

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SCENA QUARTA

- Cerimonie egizie / Tombe di Aber e Nefertiti -

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SCENA QUINTA

- ‘In medio virtus’ ovvero: il Faraone amarniano a giusta metà tra cielo e terra -

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SCENA SESTA

- La Stele della restaurazione -

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SCENA SETTIMA

- Disquisizione su una loggia -

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SCENA OTTAVA

- Le tre dame -

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[1] Non Venticinque anni or sono, in una ricerca effettuata in mezzo pendolo radioestesico (che venne pubblicata nel 1976 sulla rivista Italia Scacchistica) misurai l’intelligenza di circa centocinquanta giocatori di scacchi. In testa gli americani P.Morphy con 103/100, R.J.Fischer 102,4 e J.R.Capablanca 102,1. Seguivano i russi M.Tal, M.Botvinnik, A.Alekhine, G.Kasparov e A.Karpov con 101,5. Indi E.M.Lasker, P.Keres e R.Fine con 101, S.Reshevsky, V.Smyslov, S.Tarrash B.Spassky con 100,5. Staccati V.Kortschoj, B.Larsen e altri con 100/100. Di poi M.Euwe, M.Najdorp, A.Nimzowitsch, T.Petrosjan e E.Geller con 99,5; W.Steinitz e S.Flohr con 98,5.

Buon ultimo, tra cotanto senno, arrivai io con 98,5.

A parte mi divertì a stimare il quoziente intellettuale di geni come Galilei e Marx (100); Copernico (99); F.Engels, Omero e Annibale Barca (98,5), Mosè (97,5); il poeta Virgilio (95). Pure mio padre, il pittore Umberto Lilloni, si piazzò ottimamente con un robusto 95/100. Solo io restavo in coda.

Perciò allorché Ekhnatòn mi si rivelò (nel 1977), mi affrettai a chiedergli di ritoccare la mia intelligenza, che mi venne accordato tra il marzo e l’aprile del 1978. L’aumento fu attuato in due o tre soluzioni, evidentemente per facilitarmi l’assuefazione, in quelle occasioni, percepii un lieve ronzio in testa.

[2] Le leggere imbarcazioni di quel periodo, proveniente dall’Eufrate, potevamo senz’altro risalire il Khabùr fino a Uasciugani, dotata indubbiamente di un porto fluviale e di una flottiglia. Su ciò vedi appresso.

[3] E’ plausibile che la nobiltà mitanica conoscesse e/o parlasse una lingua indoeuropea affine al persiano antico. Il nome Tushratha è ario e colmo di vocaboli indo-iranici, è il trattato dell’hurrita Kikkuli sul maneggio di cavalli e carri (da guerra). Però l’hurrito volgare (del quale ci sono pervenuti esempi nelle lettere diplomatiche di Tell el-Amarna), ricco di suffissi, non sembra una lingua indoeuropea.

Nel regno di Mitani o esistevano adunque almeno tre lingue, una indo-aria (propria dei mariana), un’altra forse caucasica (Magari vicina al georgiano che indoeuropeo non è) e la terza semitica.

[4] La tattica bellica dagli Ittiti, che accentua l’importanza dei carri da guerra guidati da una nobiltà guerriera e svaluta l’apporto delle fanterie, è probabilmente di derivazione hurrita.

[5] Nel XIV secolo a.c. l’Assiria era tributaria del regno di Mitani. Solo al crollo di quel reame poté liberarsi dal vassallaggio

[6] Riccardo Rompani, occupandosi dei nomi ‘Tushratha’ e ‘Tadukhebat’ (in ‘la causa del contratto di società al lume della logica dialettica’, Herisau, 1993 / Milano, 1994) sottolinea l’aspetto dialettico (o di contrapposizione) esistente in Tadu-Khebat tra Tadu, dio del cielo e pertanto umido, e Khebat, dea del sole (che è secco). Rileva anche l’elemento dialettico esistente in Khebat, divinità che apporta la vita, e fa osservare che di tutto ciò c’è traccia nella corona (egizia) della regina Nefertiti. Su tutto ciò vedi R. Rompani, in appendice A al presente atto.

. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.

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