Battaglia d'Equinozio a Teutoburgo        

 (ESTRATTO)

 

(27-29 settembre del 9 d.C.)

Nefertiti: "Mi è successa una cosa bellissima.

Eravamo in quattro. Caio Camillo, Aber, Ekhnatòn ed io stessa. Caio ed Aber stavano sui fianchi, Ekhnatòn ed io nel centro. Ci tenevamo tutti e quattro per mano e correvamo verso il Sole. Più che correre procedevamo a saltelli come fanno i ragazzi. Caio però, ogni tanto si sbagliava e anziché un saltello faceva un passo di marcia da militare, interrompendo l'andatura degli altri.

Eravamo tutti felici.

Caio scherzava e diceva; 'Oh, Aber, come condottiero d’eserciti, sei una frana' o anche 'Se, al tempo della tua campagna del 1.366 a.C. avessi avuto a disposizione le legioni, sarei sceso in Egitto e avrei battuto come niente te e il tuo esercito da operetta'. Ma Aber era allegro, rideva delle sue canzonature, e gli rispondeva per le rime.

Ekhnatòn, invece, come di consueto era molto solenne e diceva: 'Finalmente Aber ha ripreso un po' il controllo dei suoi nervi. Potrà essere un buon uomo di Stato e una guida per la sua famiglia.' "

 

 

SCENA PRIMA

- Vittima e carnefice -

 

(In Germania, sul Reno. Nella cittadella romana di Magonza.

Ekhnatòn, Nefertiti, Serapidi e Lucio)

 

Serapidi: "Nefertiti, tu sei una cosa splendida, sei giovanissima e nulla è pari di te."

Nefertiti: "Oggi mi sento bellissima e giovane. Un uomo mi ammira, ha bisogno di essere aiutato da me e sono felice di poterlo fare."

Ekhnatòn: "Un Faraone non vale niente se non sa restare sereno ed esercitare autocontrollo nelle sue azioni. L'ira tende a far sbandare, ma bisogna saperla vincere con la forza di volontà e fa commettere atti inconsulti. E' per questo che Dio non vuole l'ira."

Lucio: "Serapidi, ti chiedo scusa, nella mia vita precedente, di averti fatto uccidere. Non ce l'avevo con te, ma volevo salvare la reputazione della regina. E' per questo mio sentimento di disagio che in questa nostra ulteriore vita non ho mai voluto conoscerti."

Serapidi: "Accetto le tue scuse, Lucio, perché so che derivano da un sincero rimorso. Nella mia nuova vita, in cui rinacqui col nome di N. T., fui fidanzato con Nefertiti, cioè con P. e l'avrei sposata se il suo padre, signor G., al quale portavo molto rispetto, non si fosse opposto."

Nefertiti: "Ekhnatòn mi parlava or ora di una regina egiziana che si chiamava Matakara e di suo marito di nome Tutenasi, ma siccome non si trattava di me, non sono stata attenta."

Lucio: "Matakara...., ma è Maat-ka-ra ('L'ordine cosmico è l'altro aspetto di Dio'), nome di Horus della regina Hatscepsùt. E Tutenasi è Tuthmose o Tuthmose II, suo consorte.

Raccontatemi qualcosa di Hatscepsùt."

Serapidi: "Lucio, la storia di Hatscepsùt è ben nota e si può trovare in qualsiasi libro. Senza pretese d'originalità te la riassumo.

Hatscepsùt, donna di fortissimo temperamento, quando aveva quindici anni fu incoronata regina per merito del padre Tuthmose I. Fu un grande scandalo perché così veniva restaurato il matriarcato. Alla morte della regina, madre di Hatscepsùt, anche il marito Tuthmose I sparì. Hatscepsùt fu costretta dai cortigiani a sposare il figlio di Tuthmose I, nato da una concubina, un bel ragazzo sulla ventina,, assai debole di carattere, il quale prese il nome di Tuthmose II.

Da Tuthmose II e Hatscepsùt nacquero due figlie femmine. Tuthmose II, però, ebbe un maschio da una concubina (il futuro Tuthmose III). Questo maschio, la regina non volle riconoscere, per cui fu educato nel santuario del dio Ammone, non come principe, ma come seminarista.

Hatscepsùt cercò più volte di riprendere il potere, ma sempre i coniugi si riconciliavano.

Ad un certo punto Tuthmose II morì."

Lucio: "Fu Hatscepsùt a farlo sopprimere?"

Serapidi: "No, egli morì di fine naturale."

Lucio: "Narratemi qualcosa di Tuthmose III, figlio ed erede di Tuthmose II e nipote di Hatscepsùt."

Ekhnatòn: "Tuthmose III aveva una zia cattiva, una regina che si chiamava Matakara. Costei non gli lasciava fare nulla di ciò che lui desiderava. Così Tuthmose III fu ben contento quando lei morì. Hatscepsùt regnò per ventun anni, aiutata da un grande genio che si chiamava Senanmut. Morì quando era esausta. Dopo la sua morte, Tuthmose III poté fare le campagne militari che voleva e rendere potente l'Egitto. Però anche Hatscepsùt, che preferiva la pace, aveva collaborato a rendere grande l’Egitto.

Hatscepsùt non è più venuta sulla terra. Non è più stata fatta rinascere qui. Si trova su un altro pianeta più arretrato nel sistema solare, dove esiste la vita. Questo pianeta si chiama Giove. Là non ci sono uomini come noi e l'anima di Hatscepsùt vaga e medita sulla differenza tra il bene e il male."

Lucio: "Se ben intendo, Giove è una specie di Caienna delle anime perse.

Regina, noi non siamo stati inviati su Giove?"

Nefertiti: "No."

Lucio: "Allora ci siamo comportati meglio di Hatscepsùt?"

Nefertiti: "Sì. Lei ha fatto un po' bene e un po' male, proprio come Aber."

Serapidi: "Non pensare, Lucio, d’essere molto migliorato rispetto ai tempi in cui ti chiamavi Aber. In questa tua nuova esistenza, determinati errori in cui cadesti quando eri Aber, non li hai nemmeno potuti immaginare, sia per la mancanza d’occasioni, sia per le mutate circostanze, sia per l'educazione sia ti è stata impartita, molto diversa da quella di un tempo.

Come Lucio hai mai usato violenza su una donna?"

Lucio: "No, e lo sai bene."

Serapidi: "Come Aber, invece, eri abituato a possedere delle schiave le quali certamente non potevano opporsi. Però un paio di donne, che ti sei preso nella tua vita d’oggi, erano veramente indegne della tua attuale esistenza."

Lucio: "E quando ero Aber mi comportavo bene con le prigioniere?"

Serapidi: "No, ma per potere criticare Aber, avresti dovuto essere a capo di un esercito, vincere nemici, disporre del diritto di vita e di morte sui prigionieri. Tutte queste occasioni di peccato, Aber le ha affrontate e tu no. Se tu, come Aber, avessi continuato a fare i tuoi comodi e ad approfittare delle donne che cadevano nelle tue grinfie, saresti di sicuro stato dannato senza misericordia.

Ti comportasti meglio quando divenisti Faraone, però, in quella occasione ti ribellasti a Nefertiti.

Così, a causa di questa tua colpa, per millenni non hai più potuto incontrarla. Tanto grande fu la tua colpa, altrettanto severa fu la punizione. Pur sfiorandola a volte, in tutto questo tempo tu non hai potuto rivedere Nefertiti. E il tuo peccato non è ancora totalmente estinto, perché ne porti ancora le conseguenze o dovrai riscattarlo.

Devo andare. Addio."

 

(Serapidi se ne va)

 

SCENA SECONDA

- A tu per tu con Smenkhkare -

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SCENA TERZA

Arriva Caio Camillo

... .... ...

 

SCENA QUARTA

- La narrazione di Publo Quintilio Varo -

... .... ...

 

SCENA QUINTA

- Continua la narrazione di Varo -

... .... ...

 

SCENA SESTA

- Teutoburgo -

 

(‘ad caput lupiae’. Ekhnatòn, Nefertiti, Enkhsanpaton,

Caio Camillo, Varo e Lucio.)

 

Varo: “La tranquilla estate del 9 d.C. stava terminando. Era prossimo l’equinozio dell’autunno con il conseguente ritorno delle legioni ai quartieri d’inverno, a Vetera (Xanten) sul Reno.

Per il viaggio di ritorno avremmo usato la sopraelevata Elsen-Aliso-Xanten. Questo percorso non era atto ai fini di Arminio. Egli sapeva bene che le legioni, su terreno aperto e non paludoso, dove fosse possibile manovrare, erano imbattibili da parte dei germani. E fu qui che egli riuscì a sviarci con un colpo di genio.

Si mise d’accordo con un capo che era suo amico, e fece mandare da questi alcuni migliaia di guerrieri longobardi sul ‘Teutoburgensis saltus’.”

Lucio: “Perché longobardi?”

Varo: “I longobardi erano una popolazione guerriera che viveva ai margini dell’Impero. Non erano mai stati assoggettati compiutamente dai romani. Erano ritenuti nemici potenziali e la loro presenza sul ‘saltus’ non avrebbe suscitato sospetti di una cospirazione, come invece sarebbe successo se i ribelli fossero appartenuti a tribù note e ben legate ai romani, quali i cheruschi, i catti, e così via. In più erano stati riuniti dando loro la speranza di fare qualche scorreria e di ottenere un po’ del bottino, ma, salvo pochissimi capi, non erano a giorno della congiura. Anche volendo, nessuno di loro avrebbe potuto tradire.”

Lucio: “Mi hai detto che la sopraelevata Vetera-Aliso-Elsen era parzialmente fortificata. Perché parzialmente?”

Varo: “Era fortificata nella tratta Aliso-Elsen, più lontana dal Reno e meno sicura.  Fu Germanico, pochi anni appresso, a completare le fortificazioni.”

Lucio: “Aliso, Haltern…ancora non intendo. Che importava a te, la presenza di poche migliaia di disperati sulle pendici del ‘saltus’?”

Varo: “L’importanza c’era. Presso Kassel avevo distaccato una guarnigione romana, non numerosa, che pur doveva rientrare ai quartieri d’inverno sul Reno. Per raggiungere la strada sopraelevata della Lippe, il presidio doveva superare un sentiero sulle balze di Teutoburgo, custodito dai barbari. Con la cattiva stagione la guarnigione rischiava di restare isolata e priva di rifornimenti, e non si poteva condannare all’inopia alcuni coorti di soldati romani.

Così il consiglio di guerra, riunitosi con l’intervento di Arminio, decise di partire immediatamente da Elsen, di scendere a sud, di disperdere i rivoltosi e di liberare il passaggio. Fatto ciò, l’esercito romano sarebbe tornato verso nord, per proseguire il viaggio di ritorno sulla sopraelevata.”

Lucio: “Ma la cattiva stagione? Si sa che con l’equinozio d’autunno iniziano perturbazioni atlantiche che portano pioggia  sul Westfalia e Germania occidentale.”

Varo: “Si aveva discusso anche di questo, ma Arminio tagliò corto chiedendo; ‘I romani non avranno paura di un po’ di pioggia?’”

Lucio: “Scusa, Varo, ma per sbloccare le coorti nel paese dei catti non era sufficiente inviare una legione senza bagaglio, tenendo per te le altre due legioni?”

Varo: “In tal modo, però, avrei aumentato la dispersione delle mie forze, che era già eccessiva.”

Lucio: “Che valutazione davi del tuo esercito?”

Varo: “Valoroso e disciplinato. L’unico inconveniente era che l’armamento di un legionario su quel terreno cosparso di boschi, paludi e colline era spesso controproducente[1].”

Caio Camillo: “Dove si presentarono Arminio e gli altri capi germanici come nemici?”

Varo: “Partimmo con auspici favorevoli e con tempo incerto, il 26 settembre, giorno precedente all’equinozio. Ancora non sapevo che il viaggio delle legioni sarebbe durato solo quattro giorni. La sera del 26 ponemmo il campo. Segeste, capo cherusco, accusò di tradimento il genero Arminio e mi invitò ad arrestarlo, ma Arminio negò tutto e io, che conoscevo l’ostilità tra loro due e non volevo farmi coinvolgere in contese personali, non gli detti ascolto.

Il 27 settembre, nel pomeriggio, sotto una pioggia insistente, cominciarono gli assalti dei germani.

Un tattica di commando, pochi attaccanti decisi alla volta, che colpivano in tutte le direzioni e subito dopo si sottraevano. I germani erano coperti di pellicce, col pelo all’esterno, per rendersi impermeabili alla pioggia. Combattevano con lunghe lance, molto insidiose in quelle boscaglie. Erano privi di bagagli e pertanto assai mobili. Quando i romani, allargandosi il sentiero, cercavano di contrattaccare, si nascondevano nei boschi, per subito dopo, tornare all’offensiva[2].

Io fui ferito quasi all’inizio dell’azione. Fu un commando suicida, che seppi dopo da Arminio, aveva ricevuto l’ordine di uccidermi per disorganizzare l’esercito romano.

I colpi erano rivolti soprattutto agli ausiliari (che erano armati alla leggera) e ai cavalli del carriaggio. Arminio e gli altri capi ribelli erano ancora, in apparenza, dei nostri e marciavano con l’esercito.

Mi consultai con loro. Dissi che i romani avrebbero posto il campo. Nel frattempo i capi germanici dovevano andare a riunire le loro bande per venirci in aiuto. Con tale promessa partirono.

Durante la notte, da prigionieri germanici catturati, venni a conoscere l’entità dell’insurrezione e che Arminio era coi rivoltosi. Capii, finalmente, che ero caduto in trappola.

Con gli ufficiali romani discussi il da farsi. Restare nell’accampamento non si poteva. Non avevamo provviste sufficienti per sostenere un assedio e sapevamo che gruppi di germani continuavano ad arrivare in rinforzo dei ribelli. Ci rimanevano due possibilità: o tentare di schiacciare i ribelli sul posto, o tornare indietro verso la Lippe, ripercorrendo la strada collinosa che avevamo percorso per arrivare fin lì.

Tentare di battere i nemici più mobili di noi e che rifiutavano lo scontro campale era, su quel terreno e con quel tempo, impossibile. Scegliemmo la seconda alternativa. Chi avesse potuto raggiungere la Lippe e la sopraelevata per Aliso, sarebbe stato, per il momento, salvo.

Il 28 settembre fu la giornata determinante. Anche se noi romani ci eravamo bensì alleggeriti di una notevole parte delle salmerie e dei carretti, il peso che doveva trasportare ogni legionario era sempre eccessivo, tenuto conto che si marciava sotto la pioggia battente. Il terreno era boscoso o paludoso e in più si doveva combattere. Non era una battaglia, ma una rissa.

I germani, più alti dei romani e armati alla leggera, si muovevano sul loro terreno molto agevolmente e facevano valere, negli scontri individuali, la loro forza fuori dal comune. La sera del 28 i nostri soldati erano esauriti. Per il secondo accampamento mancavano molti uomini e pali, quindi si poteva fare poco[3]. Si profilava la disfatta e fu allora che posi termine ai miei giorni.

Scorse il fatale 29 settembre dell’anno 9 d.C. La pioggia continuava a cadere. L’ultimo accampamento romano era stato posto sulla destra dell’Alme, in prossimità della via Kassel-Elsen, a una ventina di chilometri dal campo trincerato ‘ad caput lupiae’ e quindi dalla salvezza.

I germani, accampati a qualche distanza, erano a nord, anch’essi sulla via Kessel-Elsen, onde sbarrare il passo.

A questo punto i miei ufficiali pensarono di traversare il fiume Alme, portandosi sulla riva sinistra dello stesso, usufruendo di un guado di cui erano a conoscenza. In tal modo tentavano di aggirare l’esercito germanico, avvicinandosi contemporaneamente alla salvezza.

Fu una decisione infelice. Le piogge continue avevano gonfiato le paludi e ridotto il terreno a un acquitrino.

I nostri soldati, attardati dal peso delle armi, furono ben presto fermati dai germani che a la loro volta e in tutta fretta avevano attraversato il fiume per sbarrare loro il passo.

Quanto restava delle mie tre legioni era ormai irreparabilmente intrappolato tra il fiume, le palude e le colline piene di boschi. Eravamo stati invitati a combattere in una stagione sfavorevole dell’anno, con condizioni del tempo e d’ambiente a cui non erano abituati.

La fanteria pesante legionaria, carica d’armi, sguazzava nell’acquitrino. Non si riusciva a scagliare i giavellotti; gli archi, per l’umidità, non erano atti a scoccare frecce.

Da poche ore mi ero ucciso e la lotta, continuata dai miei ufficiali, stava giungendo al suo epilogo. L’esercito di Arminio era salito a trentacinquemila uomini. La cavalleria romana, visto che le legioni erano circondate senza rimedio, aveva cercato disperatamente d’aprirsi un varco tra i nemici. A soli quindici chilometri verso nord correva la Lippe, e la salvezza. Ma i cheruschi e le altre tribù non davano tregua. I nostri cavalieri, grandemente impediti nella manovra, vennero abbattuti fino all’ultimo.

Seguì allora la resa di quanto rimaneva delle mie truppe. Servì a poco. D’ogni parte i germani scannavano i feriti romani e bottinavano. I superstiti venivano incatenati e i centurioni e i tribuni crocefissi o sacrificati agli dèi germanici. Le teste dei vinti, spiccate dal corpo, venivano buttate dai vincitori sugli alberi[4].

Il disastro occorso al mio esercito determinò la fine di tutte la altre forze romane rimaste tra Reno ed Elba. Augusto non me lo perdonò. La mia anima rimase, per centinaia d’anni, a vagare tra le nebbiose pianure della Germania.

Solo dopo molto tempo intuii la mia colpa. I romani erano montati in superbia e presumevamo di sostituire a Dio lo Stato, ossia l’uomo visto come collettività. Essi giuravano sulla dea Roma e presso i provinciali, veniva incoraggiato il culto dell’imperatore. Due forze solamente avrebbero potuto contrastare questa tendenza.

Ad oriente i giudei, da me conosciuti durante il mio governatorato in Siria, che mai avrebbero accettato di adorare Roma. La loro era un’opposizione meramente intellettuale, facilmente risolvibile con le armi.

Ad occidente i germani, ormai quasi piegati.

Dio, che non voleva il trionfo assoluto di Roma e delle idee da essa rappresentate, venne di notte, di nascosto come, un ladro. Mandò il Figlio a nascere in Giudea e dall’altro lato mise la lancia in mano ai germani e li soccorse. Senza il costante appoggio di Dio, mai Teutoburgo avrebbe potuto avvenire.

La classe dirigente romana ne trasse ammaestramento. Essa capì che Roma era una costruzione umana, e non divina, e quindi peritura. Ed è questa consapevolezza, che tanto spesso rende amari i libri. Così anche i romani riconobbero che la salvezza avrebbe dovuto venire da Dio e mai dall’uomo.

Vieni a trovarci, Lucio, tu che tanto ti interessi di noi. L’esercito del Reno ti farà feste e staremo allegri.”

 

(Varo scompare)

 

Enkhsanpaton: “ti conviene non andarci, Lucio. Rischieresti di restare col corpo di qua e con la mente dall’altra parte.”

Lucio: “Pensi che berrei troppo, principessa? Comunque, non ci andrò.”

Nefertiti: “Ho ancora un’ultima osservazione su Teutoburgo.

Vicino al luogo dell’ultima battaglia vi era un colle, su cui i romani tentarono di salire per potere tirare dall’alto i loro dardi sul nemico. Ma non potevano scalarlo, perché i germani vi arrivarono prima. Dopo lo scontro, da quel colle Arminio arringò il suo esercito.”

Lucio: “Dove si rifugiarono i superstiti della battaglia?”

Caio Camillo: “Ad Aliso, presso Haltern, dove arrivarono seguendo la sopraelevata. Là vennero subito assediati dall’esercito di Arminio.”

Lucio: “Sono stati trovati dei resti di una battaglia tra romani e germani anche a Kalkriese, una valle presso Osnabrueck e Muenster. Come lo spiegate?”

Caio Camillo: “La Germania era piena di presidi romani che vennero pressoché annientati. Non lontano da Muenster stazionavano da i diecimila a quindicimila uomini, comandati da un ufficiale di primo ordine. Siccome la strada del Reno era sbarrata, tentarono di mettersi in salvo rifugiandosi a nord nel paese dei cauci, rimasti fedeli a Roma. Furono intercettati e circondati dai germani. Rimasti senza cibo, uscirono dall’accampamento per battersi con loro e furono sterminati. Qualcuno fu preso prigioniero.”

Lucio: “Che sarebbe successo se a Teutoburgo avessero prevalso i romani?”

Ekhnatòn: “Se a Teutoburgo i romani avessero vinto, avrebbero continuato a espandersi, a fare guerre. Invece i poveri non avrebbero avuto alcuna possibilità di elevarsi e di migliorare.”

Lucio: “a che scopo Arminio organizzò la sua rivolta? Voleva forse il potere?

E Gesù, avrebbe voluto avere potere?”

Ekhnatòn: “Il potere di Gesù non era un potere. Egli è riuscito a liberare dalla schiavitù popoli interi solo con l’esempio. Con la bontà è riuscito a trascinare la mente e lo spirito di questi popoli via dalla schiavitù dei dittatori. Loro erano schiavi di pensiero e di spirito, ancora più che del lavoro.

Giacché il lavoro fisico non fa male all’essere umano. Fa male sottomettere la mente e i sentimenti, perché distrugge l’uomo. E a quei tempi erano i dittatori romani ad esercitare il potere. Gesù non ha mai preteso di avere il potere.”

Lucio: “Che cosa vuoi dire?”

Ekhnatòn: “Che Gesù, pur senza reggere il potere, è stato seguito dai popoli. Perché dava il buon esempio coi fatti, le parole e la bontà.

Voi ora non avete un governo col potere assoluto. Chi ha il potere non lo cerca mai per favorire gli altri, ma per soddisfare l’ambizione del proprio io.

Arminio è morto dopo pochi anni dalla battaglia di Teutoburgo, prima di mostrare al mondo che cosa voleva e poteva fare. Non si sa se ha promosso l’insurrezione dei germani per aiutare il suo prossimo.”

Nefertiti: “Io ne dubito.”

[1] Fra armi e bagagli, ogni legionario portava su di sé circa trentacinque chili. Cfr. Fischer-Fabian, ‘I Germani’, cit., pagg. 113-114. Ma poiché possiamo attribuire a un legionario l’altezza media di un metro e cinquantacinque centimetri e un peso di sessanta chilogrammi, ogni soldato doveva trasportare, per una ventina di chilometri al giorno, un peso corrispondente a più della metà del proprio peso.

[2] Vedi Fischer-Fabian, ‘I germani’, cit., pag. 243

[3] Cfr. Cornelius Tacitus, ‘Annalli’, cit., libro I, LXI, 2.

 [4] Cfr. Cornelius Tacitus, ‘Annallo’, cit., libro I, LXI, 3-4.

. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.

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