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Il
Cristianesimo dei primordi e l'incendio di Roma

(ESTRATTO)
Ekhnatòn: “Non c’è un diritto umano se non c’è comprensione nelle cose.”
Nefertiti: “Nessun popolo ha bisogno di Dio più degli ebrei. Essi invocavano
da Dio il loro profeta e Dio glielo mandò. Ma gli ebrei non gli cedettero e
gli altri popoli, che a quel profeta avevano prestato fede, da allora
li hanno guardati male.”
SCENA PRIMA
- Paolo di
Tarso ovvero una conversione inusitata -
... .... ...
SCENA SECONDA
- Il fratello del Signore -
... .... ...
SCENA TERZA
- Dove si fa il punto sulla controversia tra Giacomo e Paolo -
(Sempre nel Castello di Aten. Cefa, Paolo, Giacomo, Ekhnatòn, Nefertiti,
Caio Camillo e Lucio.)
Cefa: “Imporre, o no, ai cristiani convertiti da Paolo la circoncisione e
l’osservanza della Legge, era questione di estrema importanza. Rispondere
affermativamente avrebbe comportato l’assorbimento nella ortoprassi giudaica
dei cristiani paolini, al momento incirconcisi e senza Legge?
In
definitiva doveva scomparire la deroga (dall’osservanza della Legge)
accordata a Paolo e Bàrnaba, mirante a facilitare la conversione dei
gentili?
Al
riguardo si sostenevano a Gerusalemme tre punti di vista, ciascuno
rifacentesi a una colonna della locale Chiesa.”
Ekhnatòn: “Illustraci questi punti di vista.”
Cefa: “Il primo, favorevole alle idee paoline, era patrocinato da me. Tra i
neofiti cristiani erano numerosi schiavi, liberti e altri di modeste
condizioni. Inseriti in una società politeista, viventi a contatto di gomito
con pagani, taluni dei quali erano i loro padroni, come avrebbero potuto
santificare il sabato, rispettare il regime alimentare ebraico e
salvaguardarsi dalle impurità legali? Imporre a loro l’osservanza della
Legge, pensavo, avrebbe significato perderli.
Ritenevo inoltre che, al fine di tutelare l’unità della Chiesa, i
Giudeo-cristiani (che osservavano Mosè) dovevano prendere il pasto
eucaristico insieme ai cristiani incirconcisi. A mio parere era questo il
punto di vista che avrebbe preferito lo stesso Gesù, sempre comprensivo
verso le necessità degli umili. Fu perciò questo l’indirizzo che io seguii,
almeno fino all’incidente di Antochia occorso tra me e Paolo.”
Nefertiti: “Che cosa avvenne ad Antiochia?”
Paolo: “Quando Cefa visitò la Chiesa antiochena, visse come un pagano, e
prese il cibo insieme ai cristiani incirconcisi; ciò finché giunsero da
Gerusalemme messi inviatigli da Giacomo per metterlo in guardia. Dopo
l’arrivo dei messi, Cefa cambiò orientamento; egli evitò gli incirconcisi e
si tenne in disparte, per non farsi criticare dai Giudeo-cristiani. In tale
ipocrisia caddero molti cristiani d’origine giudaica, perfino Bàrnaba.
Ritenni l’atteggiamento di Cefa in contrasto col vangelo da me predicato,
nel quale si affermava la parità, davanti a Dio, di greci e giudei.
Andai perciò da Cefa e davanti a tutti gli domandai: ‘Se tu, che sei giudeo,
vivi come i pagani e non alla maniera dei giudei, perché vuoi costringere
gli ex-pagani a vivere al modo degli ebrei?’”
Cefa: “Non mi condussi in quel modo per ipocrisia, ma per rispetto umano.
Giacomo mi aveva avvertito che la mia condotta ad Antiochia, riportata a
Gerusalemme, comprometteva il prestigio della Chiesa madre presso
l’ortodossia giudaica.”
Ekhnatòn: “Non alla boriosa stima degli uomini dovevi tenere, ma alla stima
di Dio.”
Nefertiti: “Nel tuo modo di regolarti ad Antiochia, Pietro, Paolo aveva
notato una contraddizione.”
Cefa: “La contraddizione c’era, però non molto diverso da quella di Paolo
che professava la teoria ‘Giudeo coi giudei, gentili coi gentili’.
La
mia prudenza di Antiochia non mi impedì, nel corso di altre visite pastorali
presso Chiese più discoste da Gerusalemme, di riassumere la mia tolleranza e
benevolenza verso gli ex-pagani. E così feci a Corinto e a Roma. Quel che
contava era evitare scandali.”
Ekhnatòn: “Passiamo al secondo punto di vista esistente presso la chiesa di
Gerusalemme.”
Cefa: “La seconda teoria, più rigoristica e conservatrice, fatta propria da
taluni farisei convertiti al Cristianesimo, si rifaceva alle posizioni
dell’apostolo Giovanni. Essa suggeriva il rientro degli ex-pagani
nell’ortodossia giudaica e sosteneva che tutti i cristiani, per essere
perfetti, dovevano farsi ebrei. Quindi dovevano sottoporsi alla
circoncisione e obbedire a Mosè.”
Paolo: “Appartenevano a questa tendenza i missionari gerosolimitani, i quali
recatisi presso i Galati che io avevo convertito sotto ben altri
presupposti, li invitarono a circoncidersi e a farsi giudei.”
Cefa: “Il terzo punto di vista, più articolato, era sostenuto da Giacomo e
cercava di mediare tra i primi due.
Giacomo distingueva tra i pagani convertiti in Israele e quelli convertiti
altrove. Ai primi dovevasi imporre l’immediato passaggio al Giudaismo. Ai
secondi la transizione al giudaismo, sebbene necessaria, poteva avvenire in
tempi più lunghi. Nel frattempo gli ex-pagani avrebbero rispettato talune
prescrizioni rituali ebraiche, astenendosi dalle carni offerte agli idoli,
dal sangue, dagli animali soffocati (da cui il sangue non è fuoriuscito) e
dall’impudicizia (in pratica dalla promiscuità sessuale, diffusa nel mondo
pagano in occasione dei Saturnali o di altre festività).”
Giacomo: “La mia tesi, mirante a far confluire il Cristianesimo nel
Giudaismo, sia pure in via dilazionata, sollevava noi Giudeo-cristiani dalla
riprovazione ebraica.”
Lucio: “In termini moderni Cefa era un progressista, Giovanni un
integralista e Giacomo un moderato.”
Giacomo: “Ma, mentre a Gerusalemme si discuteva, fioccavano lamentele sul
conto di Paolo. Il quale, trovandosi in Acaia, sembrava di aver abdicato a
ogni cautela.”
Cefa: “Intorno al 56 d.C. Paolo, che allora predicava a Corinto, aveva
spedito alla Chiesa di Roma, alla quale appartenevano molti Giudeo-cristiani,
una missiva detta poi ‘Lettera ai romani’. In quella Paolo esponeva varie
sue dottrine contro la Torah, suggerendone la dismissione da parte dei
Giudeo-cristiani. In più Paolo manifestava il proposito di recarsi presto a
Roma, per propagandarvi a voce le sue idee.”
Paolo: “Io volevo raccogliere frutti anche in quella comunità.”
Giacomo: “Il pericolo, che Paolo non considerava, era che il suo antinomismo
(ossia il suo atteggiamento contro la Legge) era una frattura (uno scisma)
tra Chiese di ex-pagani e Chiese di Giudeo-cristiani (quest’ultimi molto
attaccati alla Legge e Mosè).
Cefa ed io, consultatici, convenimmo sul fatto che bisognava richiamare
Paolo a più miti consigli. E poiché io, per i miei impegni organizzativi,
non potevo allontanarmi da Gerusalemme, era Cefa la persona adatta a far
riflettere Paolo.
Egli era un valente oratore e poi Gesù in vita aveva nominato il Cefa il
capo degli apostoli.
Se
Paolo, per volontà del Risorto, era anch’egli apostolo, avrebbe dovuto
obbedire al suo capo carismatico. Se poi il titolo di Paolo fosse stato solo
millantato, tanto più avrebbe dovuto inchinarsi a Pietro, alto esponente
della Chiesa di Gerusalemme.”
Cefa: “D’intesa con Giacomo mi trasferii a Corinto. Nel frattempo, però,
Paolo si era recato presso un’altra comunità cristiana. Avendo saputo che io
a Corinto avevo predicato un vangelo vicino alle posizioni Giudeo-cristiane
(1 Corinzi 1, 11-12) e che la sua stessa qualifica di apostolo era messa in
dubbio (1 Corinzi 15, 8), dichiarò che i suo vangelo era quello voluto dal
Cristo (2 Corinzi 11, 1-4), che i suoi meriti non erano inferiori a quelli
di nessun altro cristiano (2 Corinzi 12, 11) e che non si sarebbe sottomesso
a nessun ‘superapostolo’ (2 Corinzi 11, 5).”
Paolo: “Mi comportai così non per insubordinazione, ma nella convinzione di
essere nel giusto. Il primato di Pietro non giustificava, nel caso di
specie, la di lui pretesa di avere un’autorità, superiore alla mia e di
predicare un vangelo diverso. Ciò perché, pensavo, il mio vangelo e così
pure la mia nomina a inviato presso i gentili, mi veniva direttamente dal
Risorto, esclusa qualsiasi mediazione umana.”
Cefa: “Perciò, secondo Paolo, la predicazione di Gesù in vita (cui faceva
rinvio la Chiesa di Gerusalemme) cedeva all’evento della Crocifissione,
divenuta per Paolo il fulcro del Cristianesimo, da cui conseguiva il
passaggio di Gesù da Messia di Israele a Salvatore universale.”
Paolo: “Sì, il fatto storico della predicazione in vita di Gesù andava
reinterpretato e rivisto alla luce del suo sacrificio in croce, espiatorio
dei peccati dell’intera umanità.”
Nefertiti: “Dimmi, Giacomo, nella sua ‘Lettera ai romani’, quali principi
sostenne Paolo in difformità dall’Ebraismo?”
Giacomo: “Sostanzialmente tre;
-
Primo: La parità, davanti a Dio, di greci e giudei.
-
Secondo: Il fatto che per tutti (greci e giudei) la giustificazione era
ottenibile mediante la sola fede nel Cristo (e non attraverso le opere della
Legge).
-
Terzo: La circostanza che, in tal modo, la Torah (halakot) scritta e
orale, assumeva carattere meramente dispositivo. Ciò in quanto, secondo
Paolo, il cristiano (giudeo o greco) sarebbe stato libero, di volta in
volta, di decidere se applicarla o no alla fattispecie.
Così opinando, Paolo ledeva tre assiomi dell’Ebraismo; l’elezione accordata
da Jahveh ai soli ebrei, la giustificazione attraverso le opere della Legge
e la natura imperativa della stessa. Per inciso, egli feriva anche il culto
nel Tempio (dove non era più necessario che avvenissero i sacrifici di
espiazione, ormai superati dal sacrificio sulla croce del Cristo a beneficio
di tutti).”
Cefa: “La ‘Lettera ai romani’ aveva messo in subbuglio la comunità ebraica
di Roma, avvelenando i rapporti tra la sinagoga e i cristiani. Per placare
le acque , proseguii il mio viaggio per Roma, dove mi trattenni fino alla
fine dei miei giorni, ma i miei tentativi di conciliazione non riscossero
gran successo.
All’inizio del 61 d.C., a Roma venne tradotto Paolo, che doveva essere
processato da Cesare. Egli promosse la conversione di molti pagani al
Cristianesimo e non abbandonò le sue idee, il che non servì certo a
diminuire la tensione con gli ebrei.
Lo
zelo instancabile di Paolo e il suo vigore intellettuale riscosse la mia
ammirazione. Raggiungemmo così un ‘modus vivendi’, anche se le nostre
opinioni restavano in contrasto.
Nel
62 a Gerusalemme venne lapidato Giacomo, nel 63 fu giustiziato Paolo e nel
65 venni martirizzato io, perché eravamo noi, cristiani, ad essere accusati
di avere appiccato fuoco a Roma.”
Lucio (battendo le mani): “L’incendio di Roma! Foste voi cristiani i
colpevoli o si trattò di una fatalità?”
Cefa: “Saprai la verità dopo. Prima però Giacomo ti illustrerà il suo
comportamento durante gli ultimi anni di vita di Paolo.”

Ad Antiochia, dove esisteva una Chiesa mista, Pietro prendeva il pasto
(eucaristico) insieme ai greci. Redarguito da emissari di Giacomo,
Pietro tornò all’ortodossia ebraica e indusse molti (tra cui Bàrnaba) a
imitarlo. In tal modo, però, Pietro venne attaccato da Paolo (Paolo,
‘Galati’ 2, 11-14). Sull’atteggiamento, per così dire liberale, di Paolo
vedi anche ‘Atti degli Apostoli’ 15, 6-11.
L’atteggiamento, di carattere formalistico e ritualistico, seguito da
Giacomo è illustrato in ‘Atti degli apostoli’, 15, 13-212. La corrente
giacobita prevalse, come si vedrà, nel concilio di Gerusalemme del 58
d.C.
SCENA QUARTA
- La ‘Lettera di Giacomo’ -
... .... ...
SCENA QUINTA
- La Lettera agli Ebrei -
... .... ...
SCENA SESTA
- Roma e Cristo -
SCENA SETTIMA
- Un dibattimento inconsueto -
... .... ...
SCENA OTTAVA
- Continuazione e fine del processo -
(Gli stessi personaggi della scena settima. Poi Gad e Lea)
Caio
Camillo: “La colpevolezza dei cristiani nell’incendio di Roma prende corpo
nei tre indizi lumeggiati a loro carico da Nerone:
a) il
desiderio di vendetta per l’esecuzione di Paolo,
b) il loro
sentimento di ribellione verso Roma,
c) la
circostanza, assai sospetta, che i quartieri abitati dai cristiani furono
tra i pochissimi risparmiati dalle fiamme.”
Ekhnatòn:
“Ha la parola Cefa.”
Cefa:
“Controbatterò punto per punto gli indizi a nostro carico.
Il primo
sarebbe l’aspirazione a vendicare la morte di Paolo. Ebbene, la vendetta era
del tutto aliena ai sentimenti dei cristiani. Eravamo certi che la morte di
Paolo fosse solo un momento del piano provvidenziale approntato da Dio Padre
e dal Figlio per la salvezza dell’umanità. Paolo, del resto, non si sarebbe
mai abbassato a cercare di vendicarsi, perché nella sue ultime lettere (vedi
2 Timoteo), scritte quando Paolo sa che il suo sangue sta per essere versato
in libagione, vi è fede in Dio e la consapevolezza e gioia per aver svolto
il proprio compito fino in fondo, attesa fidente del serto di giustizia che
Dio gli avrebbe riconosciuto. Non vi è aspirazione alla vendetta, che Paolo
avrebbe respinta come diabolica.
Il
Cristianesimo, per Paolo, è una religione di carità e amore anche verso i
nemici,
mai di odio.
E poi Paolo
aveva sempre predicato l’ossequio all’autorità romana. Il suo processo non
aveva modificato le sue idee, e noi cristiani pensavamo proprio come lui.
Il secondo
indizio è il desiderio dei cristiani che Roma perisse.
Questo
desiderio, che pur c’era, non si fondava però su un’azione umana, del resto
contraria ai nostri principi, ma sulla persuasione che Dio sarebbe presto
intervenuto di persona, attraverso un prodigio escatologico che avrebbe
segnato il ritorno del Figlio e l’instaurazione del Regno.
Agire
direttamente, per conseguire la liberazione da Roma, avrebbe costituito
mancanza di fede e una gravissima offesa a Dio.
L’ultimo
indizio è la circostanza che tra i quartieri risparmiati vi furono quelli
abitati dai cristiani. Ad esso rispondo che poiché l’incendio scoppiò in
centro città, i quartieri periferici erano quelli che avevano le maggiori
probabilità di evitare la distruzione.
Noi
cristiani costituivamo uno dei ceti più poveri di Roma, e abitavamo tutti
insieme in periferia, là dove terreni e abitazioni costavano di meno e i
canoni di locazione delle case erano inferiori.
Alla nostra
salvezza contribuì la direzione del vento.
I quartieri
da noi abitati erano due, Porta Capena all’estremità sud della città e
Transtevere a ponente. Porta Capena si salvò perché il vento spirava da
mezzodì e perciò le fiamme tendevano a spostarsi verso nord. Transtevere non
fu toccato dall’incendio, perché le fiamme, sorte verso il Palatino, non
poterono superare la barriera costituita dal fiume.
Del resto
noi non eravamo i soli a occupare quei quartieri, perché vi erano molti
altri abitanti, tra cui i nostri confratelli ebrei.”
Caio
Camillo: “E’ il chiamato disposto a giurare la sua innocenza?”
Cefa: “Gesù
ci ordinò di dire sì e no, ma mai di giurare.”
Caio
Camillo: “Mi rimetto alle decisioni della Corte.”
Ekhnatòn:
“Il giuramento è escluso. La giuria emetta il verdetto.”
Nefertiti:
“La giuria ritiene convincente la difesa di Pietro e non colpevoli i
cristiani.”
Ekhnatòn:
“Si passi al terzo imputato.”
Caio
Camillo: “La colpevolezza degli ebrei nell’incendio non fu mai prospettata e
contro di essi non ho elementi per procedere.”
Ekhnatòn:
“Parli Manasse.”
Menasse:
“Sono i romani la ragione delle nostre disgrazie. Eravamo liberi, ma Pompeo
invase la Giudea, le tolse l’indipendenza, fece schiavi taluni e tributari
gli altri, riducendo gli abitanti in miseria.
Io stesso,
di famiglia farisea, discendo da un rabbino che, condotto a Roma per sfilare
nel trionfo del vincitore, fu emancipato dalla comunità di qui.
Il problema
che ora si pone è che cosa dobbiamo fare noi ebrei? Come fariseo io penso
che l’atteggiamento da tenere sia la sopportazione dell’iniquità,
l’accettazione paziente delle prove che Dio ci infligge per le nostre colpe.
Il mio
consiglio, quindi, è fare di necessità virtù e cavare il bene da male,
ricercando il nostro benessere insieme con quello del paese in cui Dio ci ha
fatti deportare.
Se non che
gli zelòti, partito indipendentista, affermano che è giunta l’ora del
riscatto. Dovremmo perciò brandire le spade, insorgere contro gli
incirconcisi, scatenare la rivolta in Giudea e nella diaspora e stare
coraggiosamente in campo contro le legioni? La rivolta è giustificata, ma
non è questo il momento di fare guerra ai romani.
Gli unici
che potrebbero aiutarci sono i parti, ma loro sono in pace con Roma e sono
assorbiti dai loro problemi interni.
Saremmo
dunque soli, ma per gli zelòti non ci sono esitazioni. Essi sono disposti a
gettarci allo sbaraglio, nella fiducia che Dio toglierà il popolo da guai.
Rammentano che, in altra occasione, Israele, per sfuggire alla servitù
d’Egitto, si precipitò nel Mar Rosso e Dio divise le acque davanti a lui per
dargli un passaggio. Ma allora ci guidava Mosè al quale Iddio, nella sua
sapienza infinita, portava riguardo. Chi è adesso che possa salvare il
nostro popolo dalla vendetta dei romani? Non certo il Messia, che finora non
si è rivelato.
Per di più
sembra che taluni sicari, pazzi e incoscienti, costituenti la frangia
estremista degli zelòti, vogliano far precedere l’insurrezione da attentati
da perpetrare nelle principali città dell’impero. E per il compimento delle
loro nefande azioni vorrebbero usufruire delle colonie ebraiche esistenti
sul posto. In tal modo, dicono, gli incirconcisi cadrebbero nello sgomento e
l’amministrazione romana in ginocchio. Pare addirittura che questi atti
terroristici debbano estendersi alla stessa Roma. Denunziare i sicari alla
giustizia romana sarebbe follia, siccome sono pur sempre fratelli giudei e,
del resto, il delatore camperebbe poco.
Peraltro,
anche se i colpi progettati dai sicari andassero a segno, che salverebbe le
colonie giudaiche dalla repressione dei romani? Qui a Roma Nerone ci farebbe
giustiziare tra i più spaventosi tormenti.
Occorre
dunque che, in caso d’attentato, l’imperatore ci ritenga innocenti e per
ritenerci tali, bisogna che la colpa sia da lui attribuita ad altri.
Poppea,
moglie di Cesare e nostra protettrice, lei può salvarci. Tramite lei, che è
in perfetta buona fede, noi ricorderemo all’autorità romana che esiste una
setta dissidente dal Giudaismo, odiosa a ebrei e a romani, detta dei
cristiani, seguace di quel falso Messia, Gesù il Nazareno, che il
governatore Pilato fece crocifiggere come ribelle a Roma.
I cristiani
sono malvisti dagli incirconcisi, anche peggio di noi giudei. Se, tramite
Poppea, riusciremo a far ricadere la colpa sui cristiani, i nemici si
avventeranno su di loro.
Stiamo
dunque vigili e accorti, affinché Israele sia risparmiato.”
Caio
Camillo: “Onde chiarire i fatti, chiamo sul banco dei testimoni due persone
presentasi spontaneamente; Gad il Sicario e Lea detta Salòme, ossia la
pacifica.”
Gad: “Quel
vecchio scimunito di Manasse, che si scompiscia dalla paura ogni volta che
tratta coi romani e che osa tacciare noi sicari di scarsa fede in Dio in
quanto, non rimettendoci alle sue decisioni, cercheremmo d’influenzarne il
comportamento!
Manasse,
incoerente che, pur detestando come noi Cesare e i romani, invita noi ebrei
a prosternarci ad essi! Ipocrita, che dice di fare l’interesse del popolo,
mentre in realtà mira solo a salvare sé e le sue prebende.
Manasse,
cieco che guida i guerci, sciocco che non capirà mai cosa significhi
sentirsi strumento di Dio, mezzo per attuare la sua volontà, vibrazione in
sintonia con la vibrazione universale.
Cosa c’è di
più bello se non realizzarsi nell’Essere Supremo, che ci ha creati, che ci
ama, che, pur riconoscendo a noi uomini il libero arbitrio estortogli da
Adamo desideroso di acquistare saggezza,
ci aspetta fiducioso?
Tu, Manasse,
più attento alle cose della terra che non del cielo, non avverti il richiamo
del divino.
Mosè, il
nostro legislatore, regolò coi Dieci Comandamenti i rapporti tra i membri
del popolo eletto (dal quale, secondo Isaia, verrà al mondo la salvezza), e
non i rapporti tra i giudei e i gentili. Altrimenti, come avrebbe potuto
Giosué strappare la Terra promessa ai cananei passandoli a fil di spada, se
avesse dovuto applicare a essi il quinto comandamento, ‘non uccidere’?
Orbene, la Terra promessa è ora profanata da cani e da porci, che vi hanno
immesso la loro empietà, fornicazione e mal esempio.
Per liberare
Israele, ridandogli ciò che gli venne concesso irrevocabilmente da Dio,
occorre un nuovo Giosué. E quel Giosué, se Dio mi da forza, sarò io.”
Caio
Camillo: “Il teste esponga ciò che accadde a Roma nel luglio del 64.”
Gad: “Il
nostro piano era audacissimo: giovandoci delle comunità ebraiche ivi
radicate, appiccare il fuoco a tutte le principali città dell’impero; Roma,
Antiochia, Alessandria, in cui i giudei vivevano in quartieri separati e
indi iniziare l’insurrezione in patria.
A Roma tutto
andò bene. Il fuoco venne appiccato in centro città, nelle botteghe presso
il Circo Massimo che di notte erano deserte.
Il vento
soffiava da mezzodì, sicché le fiamme si sarebbero diffuse a settentrione,
dove sul Palatino sorgeva il palazzo imperiale.
In caso di
opposizione, gli incendiari avrebbero dovuto dichiararsi esecutori di ordini
imperiali; col rispetto e la venerazione che i romani portavano a Nerone,
nessuno avrebbe osato spegnere le fiamme. Per le proprietà degli ebrei,
ubicate a mezzogiorno (contro vento) e a ponente, oltre il fiume, non c’era
pericolo.
La parte più
antica e migliore della città andò distrutta.
Quando però
i pretoriani cominciarono le indagini per scoprire i responsabili, sembrò
che fossimo in difficoltà. Tuttavia fu agevole fare cadere i sospetti sui
cristiani, i quali odiavano Roma quanto noi e che, abitando pur essi a Porta
Capena e Transtevere, erano stati risparmiati dalla calamità.
Nerone aveva
molta considerazione di noi e Poppea era una timorata di Jahveh. I cristiani
vennero così condannati come incendiari e poi prendemmo due piccioni con una
fava.
Altrove il
complotto venne denunziato da un transfuga e i congiurati puniti.
Altri
attentati furono impediti dallo scoppio della rivolta giudaica, che mise le
forze di polizia in allarme.
In Giudea
l’esordio fu assai promettente; gli incirconcisi e i collaborazionisti
giudei, che non riuscirono a fuggire, furono trucidati a decine di migliaia.
Solo Jahveh doveva restare il re di Israele.
Ma i romani
mandarono un forte esercito, comandato da Vespasiano e da Tito. I Parti, che
avevano ricevuto in dono da Nerone l’Armenia e pingui somme di denaro, non
si sentirono di rompere la pace appena conclusa.
L’esercito
romano si vendicò. Noi avevamo incendiato Roma, ma i romani distrussero
Gerusalemme e del Tempio, eccettuato il Muro del Pianto, non lasciarono
pietra su pietra. Gli abitanti furono crocifissi.
Jahveh aveva
abbandonato i suoi fedeli.
Da allora
tra ebrei e gentili si aprì un contenzioso implacabile, i cui conti
sarebbero stati tirati dopo secoli e millenni.”
Caio
Camillo: “Venga Lea.”
Lea: “Sì,
non fu Nerone che arse Roma, neppure i cristiani e neanche la locale
comunità ebraica, bensì una setta segreta (i sicari), che odiava sia i
romani che i cristiani. Fu quella che bruciò Roma, con l’intenzione di
incolpare davanti a Nerone i cristiani.”
Lucio
(interloquendo): “Brutte canaglie, quei sicari!”
Lea: “Non
erano canaglie, perché dovevano difendersi.
Gli ebrei
della diaspora, minoranza vivente tra stranieri, erano malvisti a causa
delle loro usanze e della loro religione. Il rispetto del sabato aveva
costretto il governo imperiale a esentarli dal servizio militare, perché
come avrebbe dovuto regolarsi un centurione romano con una recluta ebraica
che di sabato non fa nulla? Ma ciò agli incirconcisi, che alla leva erano
soggetti, non andava giù. Al livore degli incirconcisi gli ebrei
ricambiavano con astio, arroganza e male parole.
Per un ebreo
che, stanco di essere disprezzato e irriso, si convertiva ad altri culti e a
costumi differenti, i restanti, che volevano conservare la loro identità,
accentuavano il loro isolamento (fisico o morale) dagli incirconcisi e il
rifiuto della civiltà greco-romano (e indi cristiana) che li circondava.
La forza e
la debolezza di noi ebrei sta nella tenacia, nell’attaccamento alle
tradizioni degli avi, e nella memoria. E’ bene ricordare i torti che si
ricevano e anche quelli che si fanno; in tal modo si evita di ricadere negli
stessi errori. E’ male però, quando si subisce un’ingiustizia, obliarla e
non cercare di pareggiare i conti.
In tal modo,
infatti, fino a che non si ottiene la vendetta, il torto subito diventa
parte di noi; possedendoci, determina il nostro comportamento spingendoci
spesso ad azioni non degne. Popolo mio, che pur ricevesti tante iniquità, io
ti esorto alla tolleranza e a perdonare.
Un ebreo,
chiamato Gesù, venne tra noi per insegnarci l’arte del perdono. Ma noi non
lo capimmo e respingemmo sia Lui sia i suoi discepoli, facendoli morire.
Taluni dei
nostri incendiarono Roma. Adesso i cristiani, facendoci pagare il debito con
usura, hanno mandato nelle camere a gas sei milioni di ebrei.
Popolo mio,
pur non dimenticando il truce olocausto, mostrati superiore e invoca da Dio
la forza di perdonare! Dio, che tra gli uomini non vuole odio ma amore, ci
esalterà e ci rimunererà. In tal modo il sacrificio dei nostri fratelli, che
ora ci appare crudelmente insensato, acquisterà un significato.”
Caio
Camillo: “Un’ultima domanda. La comunità ebraica di Roma era al corrente
dell’attentato?”
Lea:
“Certamente no. Essa comprendeva decine di migliaia di componenti. Taluni
erano amici di Giudeo-cristiani, altri si sarebbero ritratti di fronte
all’enormità del crimine.
Informati
erano solo i quattro o cinque esponenti delle massime autorità. In caso
diverso, il segreto non avrebbe potuto essere mantenuto fino a oggi.”
Ekhnatòn:
“La giuria esprima il suo verdetto.”
Nefertiti:
“La comunità ebraica di Roma è riconosciuta del tutto innocente. I quattro o
cinque a conoscenza del misfatto e che aiutarono a gettare la colpa sui
cristiani poterebbero essere accusati di intralcio e sviamento della
giustizia.”
Ekhnatòn:
“L’udienza è tolta!”
Lucio:
“Signore, che ne sarà dei veri colpevoli?”
Ekhnatòn:
“Toccherà agli storici riaprire il dibattimento nei loro confronti, tenendo
però conto delle circostanze attenuanti qui lumeggiate.
(Gli astanti si alzano, avviandosi verso l’uscita)
Ekhnatòn:
“La giuria esprima il verdetto.”
Nefertiti:
“Riteniamo Manasse innocente, e così pure la comunità ebraica di Roma.”
Ekhnatòn:
“Gli imputati sono tutti assolti. Gli storici potranno riaprire il
dibattimento intorno ai veri responsabili. La seduta è tolta.”
(Tutti si alzano e Lucio si trova vicino a San Pietro e a Caio Camillo)
Lucio:
“Cefa, tu affrontasti il martirio per le tue idee. Successe anche ai tuoi
più recenti successori?”
Cefa: “Papa
Wojtila subì un attentato a causa delle sue idee e per poco non ci rimise la
vita.
Poi successe
a Papa Luciani, che ne morì. Fu responsabile uno del Vaticano e non il KGB,
come tanti pensavano.”
Caio Camillo
(a Lucio): “Fratello, che morale hai tratto da ciò che hai sentito?”
Lucio:
“Finora pensavo che gli storici dicessero inesattezze solo sulla storia
egizia. Mi accorgo adesso che nei libri di storia c’è ben poco di vero.”
Ekhnatòn:
“Adesso siamo tutti molto stanchi ed è meglio se ci ritireremo.”
(Escono tutti)
Nota del Curatore dell’Edizione
(R.R.):
“Buon Riposo, Lucio. Ci vediamo quando sarà il
Giusto Momento …”
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. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.
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