
Famiglie di
braceros (raccoglitori di
canna da zucchero)
in un
batey
(villaggio /
baraccopoli) haitiano
nella Repubblica
Domenicana

Braceros haitiano
- Immagini dell'autore,
©
dicembre 2008 - |
Un tuffo nel tempo, nella cultura e nell’economia di
una nazione singolare
Maggio 2008:
“Bambini haitiani vengono sfamati con biscotti di fango”. Questo è
quanto leggo in un articolo di giornale di quel periodo, con tanto
di fotografia dimostrativa. Apprendo poi che la notizia è stata
ripresa da The Indipendent, addirittura del 28 febbraio 2005.
“Ma, Haiti la
perla delle Antille? Rhum, merengue e vudù?”, mi risponde un
collega, quando lo faccio partecipe della notizia. Sì, è proprio la
stessa Haiti.
D'altronde
anch’io ero convinta che Haiti fosse un posto paradisiaco dove
trascorrere una vacanza da sogno, frequentato da turisti di tutto il
mondo ed eventualmente un posto dove poter passare la vecchiaia in
serenità.
Desidero approfondire. Leggo, dunque, altri articoli,
qualche pagina di un’enciclopedia. Mi
accorgo che il materiale reperibile è assai scarso. Sono testarda,
proseguo: scopro che gli eventi del passato dello stato caraibico
sono stati analizzati poco dalla storiografia internazionale e
risulta quasi inesistente quella italiana. Com’è possibile? Anche le
informazioni sono forse velate quasi da mistero o da un’ombra di
oblio?
Mi risulta,
comunque, subito evidente come Haiti stia soffrendo di una grave
crisi economico-sociale dalle origini remote. Antichi terremoti e
uragani anche recenti; schiavitù e catene rotte; vita e morte; vudù
e massoneria; animismo e cristianesimo; ignoranza e cultura; fango e
umanità calpestata che si risolleva. Irrimediabile fame e malattie
che persistono.
Nel corso
della mia ricerca molti testi risultano disponibili solo in lingua
originale; altri, addirittura, non più in vendita, ma consultabili
solo in qualche biblioteca europea. Tuttavia il lavoro d’indagine si
dimostra molto fruttuoso e, soprattutto, molto stimolante. Scopro
che l’ottanta per cento della popolazione vive a un livello sotto la
soglia di povertà; che ad Haiti si muore ancora per malaria, tifo,
tubercolosi ed epatite A, oltre che per l’AIDS. La speranza di vita
media alla nascita è inferiore ai 60 anni.
Proseguendo,
mi appare sempre più evidente che quanto è avvenuto nella piccola,
lontana, nera Haiti si è continuamente mescolato, nello scorrere
delle epoche, con gli eventi grandi e più vicini della storia
dell’uomo: lo spirito Liberté, Égalité,
Fraternité divenne il motto di
Haiti; gli schiavi si ribellarono per la prima volta ai padroni e al
colonialismo; crearono la seconda nazione indipendente nelle
Americhe e la prima nera al mondo. Gli
stati USA del sud tremarono per la loro economia all’idea che si
diffondesse il vento di libertà proveniente da Haiti e cercarono di
influenzare Washington per un intervento repressivo, contribuendo a
creare i presupposti per la secessione. Successivamente, la
posizione geografica divenne
strategica e, quindi, assai
appetibile per le potenze mondiali: prima
grazie alla vicinanza con il Canale di Panama e poi con la Cuba
castrista. Invasioni e ritiri a più riprese da parte degli Stati
Uniti; amore e odio, riconoscenza e insofferenza del popolo
verso gli occupanti. E, in seguito, ancora Haiti rimase un esempio,
un luogo di
esercizio e un incrocio importante per una sorta di Grande Gioco,,
politico ed economico, tra altri stati piccoli e grandi.
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Scopro,
insomma, un turbine che da due secoli sembra investire con uragani e
tempeste un mondo misterioso e vivo, lungamente oppresso e con forti
capacità di sopravvivere e risollevarsi. Vengo a sapere che per
Haiti sono passati donne e uomini che non hanno rivelato segno
materiale del loro vissuto e altri uomini e donne che, per contro,
hanno lasciato un’impronta che ha influenzato non solo le vicende di
quella nazione, ma anche di diverse grandi potenze come gli Stati
Uniti, nonché il pensiero di molti intellettuali e uomini politici
mondiali. Gli haitiani hanno acceso la miccia della bomba della
libertà dei neri schiavi, ma sono spesso ancora schiavi. Nella
vicina e cugina Repubblica Domenicana, con cui condividono l’isola
di Hispaniola, il turismo degli aeroporti internazionali, degli
hotel e delle escursioni nell’interno, è assai ben sviluppato ed è
entrato in un immaginario paradisiaco collettivo; ma ad Haiti si
avvicinano solo alcune grandi navi da crociera che sbarcano
frettolosamente i clienti sulle poche, stupende, spiagge attrezzate.
È apparso
chiaro nel corso del mio lavoro come il ruolo di chi si è succeduto
al potere in Haiti abbia avuto un influsso molto diretto
nell’economia e nella società e come abbia contribuito fortemente a
portare alla condizione di crisi attuale del paese, rendendolo lo
stato più povero dell’emisfero occidentale. Tra questi, molti
dittatori, più che padri della loro patria, intenti a esercitare con
arroganza e crudeltà il loro ruolo a soli fini personali, con uso di
miliziani del terrore, quali i tristemente noti
Tonton Macoutes
del presidente padrone “Papa Doc” François Duvalier.
Un uragano – ne concludo – che in Haiti persiste da
due secoli!
Peraltro,
comprendo anche, da un differente punto di vista, che Haiti non è
solo questo: è una terra ricca di tradizioni, di cultura e di
colore. Le persone, anche se possiedono poco, quel poco te lo
offrono senza esitare e con grande orgoglio, accogliendoti come uno
di loro. Sono in grado di sorriderti e parlarti di speranza, quando
magari hanno problemi seri di salute. Nella ricerca del materiale
per questo lavoro, oltre ad avvalermi della documentazione cartacea
reperita tra biblioteche e librerie e di quella in forma digitale,
ho avuto la possibilità di visitare un batey haitiano nella
Repubblica Dominicana, nei pressi di una piantagione di canna da
zucchero. Aiutata da una guida dominicana, sono stata accolta come
ospite e sono stata rispettata tutto il giorno. Mi è bastato portare
dei doni ai bambini – pennarelli, quaderni e matite, oltre a qualche
vestito – per vedere la felicità nei loro occhi: sorrisi così solari
e sinceri che mettono voglia di vivere e ti fanno vedere il mondo da
un’altra prospettiva.
Finalmente mi
accorgo che l’uragano secolare persistente in Haiti sembrerebbe in
fase di dissolvimento.
Il fondo del
baratro sembrerebbe raggiunto e si può incominciare a sperare di
uscirne. In effetti, il governo presieduto da René Préval ha
instaurato un periodo di stabilità politica basata sul consenso
popolare; ha inoltre concordato con la comunità internazionale un
percorso virtuoso a tappe da raggiungere progressivamente, tale da
permettere al paese di uscire da un sistema di soccorsi di tipo
assistenzialistico, per avviarsi a un’economia capace di evolvere –
seppure con aiuti stranieri tesi a ridurre e a cancellare nel tempo
il debito esterno contratto – verso la propria autonomia. Cammino
che gli organismi ufficiali di controllo internazionale riconoscono
essere stato fin qui percorso in modo positivo.
Ma nei
primissimi minuti del giorno 13 gennaio 2010 mi giunge qui in Italia
attraverso Internet, la notizia che pochi istanti prima un terremoto
di magnitudo 7,3 ha colpito lo stato caraibico; si ritiene che abbia
avuto effetti devastanti.
Dalle prime
informazioni dei media, pare si tratti di un vero disastro
umanitario. A poco a poco si apprende che, secondo i testimoni che
riescono a comunicare col resto del mondo, il numero di morti e
feriti appare senza precedenti; dicono che il presidente René Préval
sia sopravvissuto per miracolo al crollo della Casa Bianca haitiana.
Mi vien dato pensare d’istinto che non più soli i turbini e le
tempeste, ma anche gli dei della terra, sembrano punire il popolo di
Haiti.
I danni si
sono poi manifestati in tutta la loro terribile gravità, inducendo
il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a far intervenire,
ancora una volta e pressoché in tempo reale, i militari americani,
accompagnati e seguiti dagli aiuti umanitari che abbisognavano di un
minimo di ordine pubblico per operare con una certa sicurezza;
ricordo che tra le migliaia di delinquenti fuggiti dalle carceri,
nella confusione, sono riapparsi i
Tonton Macoutes.
Ci vorrà certamente la
cooperazione da parte di tutta la comunità internazionale e quella
delle singole persone, per aiutare Haiti a uscire da queste macerie.
Al momento, il terremoto sembra abbia accelerato i tempi, peraltro
già programmati con gli organismi internazionali, per la
cancellazione del debito estero.
Tuttavia, per poter più
correttamente capire quali siano gli aiuti davvero necessari e per
organizzare di conseguenza gli interventi, le donazioni e i
provvedimenti internazionali sia da parte degli stati sia dei
privati cittadini, è indispensabile acquisire la consapevolezza
delle condizioni economiche e sociali in cui si trovava il paese già
prima del 12 gennaio 2010.
Proprio per
questo devo ora lasciar spazio alla storia di Haiti che vuole
imperiosamente uscire dal mistero, con i suoi personaggi maggiori e
con la sua umanità quotidiana: tutti assieme chiedono di poter
parlare, per dire come lo scorrere dei fatti nella storia abbia
portato al potere idealisti e tiranni; come un grande desiderio
rivolto al bene di un’umanità afflitta e schiava si sia potuto
mischiare a soprusi e a orrende stragi; come i miti vudù si siano
accompagnati ad altre religioni nel male e nel bene di questa
nazione.
Mettendo in
ordine le ragioni storiche, sociali, culturali ed economiche, ne
scaturisce l’inattesa e terribile constatazione che in Haiti il
terremoto non si è manifestato solo il 12 gennaio 2010, persiste da
due secoli. |